Parole della domenica, erba sintetica allo stadio ma il turismo sportivo di alto livello potrebbe essere penalizzato
C’era una volta uno stadio con il terreno tra i migliori d’Italia. Quando in inverno molte partite venivano rinviate per impraticabilità, a Montecatini si giocava sempre. All’inizio degli anni Settanta la Fiorentina veniva ad effettuare gli allenamenti infrasettimanali proprio a Montecatini. Senza dimenticare i ritiri pre-partita di grandi squadre di Serie A e anche le amichevoli di lusso dell’estate. Insomma, si trattava di un fiore all’occhiello della città e sicuramente anche di un impianto importante per il turismo sportivo. Poi, negli anni Ottanta Montecatini ospitò la festa nazionale dell’Amicizia, il terreno fu invaso da stand di vario tipo e dai tir che scaricavano il materiale. Il famoso fondo, che si diceva costruito da maestri del settore con un’alternanza di fascine di legna e terra, fu distrutto. Più niente è stato come allora.
Ne parliamo perché nei giorni scorsi il sindaco Del Rosso e l’assessore Silvestri hanno presenziato all’inizio dei lavori allo stadio per la sistemazione di un terreno sintetico di ultima generazione. Si tratta di una scelta che permetterà alle squadre del Montecatini di disputare partite e tornei senza problemi meteo, ma al tempo stesso precluderà manifestazioni ad alto livello e di richiamo turistico (come i ritiri di importanti compagini), perché il terreno in sintetico oggi è utilizzato solo da poche squadre di serie B (la Carrarese è una di queste) e di calcio donne.
Si tratta di una scelta che ridà efficienza quotidiana allo stadio, ma lo esclude da prospettive di turismo sportivo di alto livello. Non dobbiamo dimenticare che il “Mariotti” ha ospitato la nazionale azzurra, quella dell’Irlanda allenata da Trapattoni e andando indietro il Messico e tante altre ancora.
Montecatini deve tornare a volare alto, non ad accontentarsi ad avere uno stadio tra i migliori… della provincia.
Come ogni settimana, ho cercato nel web e sui giornali altre storie per chi voglia leggere ma soprattutto per chi voglia riflettere.
Buona domenica a tutti quelli che ci seguono.
(Mauro Lubrani)
L’ultimo giorno di agosto

L’ultima settimana di agosto significa per me nostalgia allo stato puro. È un tuffo all’indietro, alla mia adolescenza. La fine prossima delle vacanze al mare. I giorni contati prima del maledetto ritorno in città.
Smetterò di andare in giro scalzo. Dovrò rimettere il lucchetto alla bicicletta. Mi mancherà l’odore della pineta dopo che ha piovuto, la gelateria, il cinema all’aperto. E giocare a scala quaranta. E rientrare a mezzanotte senza nemmeno essere sgridato. Provo a frenare il tempo, ad allungare le giornate, ma come si fa proprio adesso che diventano sempre più corte? C’è poi una faccenda che mi angustia più di tutte: non sarebbe ora di decidersi a prendere l’iniziativa con quella ragazzina? Quanto penso di temporeggiare ancora? Siamo praticamente ai titoli di coda.
Andrà a finire come l’anno scorso, garantito. Il 29 mi farò coraggio, mi presenterò, scoprirò che non aspettava altro, passeremo insieme una serata da sogno – tipo passeggiata sulla spiaggia mano nella mano – e al mattino dopo lei partirà e io pure. Certo, ci scriveremo qualche lettera appassionata, ma a metà ottobre ci saremo già dimenticati l’uno dell’altra. E così mi toccherà ricominciare da capo. Ho provato a convincere i miei, ma a loro piace ogni estate andare in villeggiatura in un posto diverso.
Gioele Dix – Avvenire, 25 agosto 2026
L’uomo che da 50 anni misura il riscaldamento del Mediterraneo

Il termometro del Mediterraneo ha 76 anni, pelle abbronzata e una piccola barca bianca: si chiama Josep Pascual ed è un agronomo in pensione.
Nato a L’Estartit, un piccolo paese della provincia di Girona, in Catalogna, dal 1974 misura la temperatura del mare in un punto preciso tra la costa e le isole Medes: le sue rilevazioni, scritte a mano, hanno un doppio valore scientifico. Da un lato, sono le più longeve disponibili. Dall’altro, sono ininterrotte: Pascual le realizza almeno due volte a settimana da più di cinquant’anni.
“Al tempo non si parlava di cambiamento climatico: misuravo tutte quelle cose per hobby. Non avrei mai pensato che ciò che facevo potesse avere un valore”, ha raccontato al giornale La Vanguardia. E invece ce l’ha: i suoi dati infatti sono stati utilizzati in diversi studi scientifici, tra cui quello del Jet Propulsion Laboratory della NASA.
Pascual ha ereditato la passione per il mare dal padre e dal nonno: entrambi pescatori (ed entrambi di nome Rafael). Ha iniziato ad uscire con loro in barca all’età di quattro anni, ma è solo ai 13 che ha iniziato a misurare la temperatura dell’acqua con un termometro da pochi soldi (e il livello delle precipitazioni con un barattolo di conserva). La precisione con cui i due pescatori analizzavano, a occhio nudo, le forze del vento e delle maree per prevedere temporali o posizionare al meglio le reti da pesca aveva iniziato a ossessionarlo.
La vera svolta arriva, però, nel 1973, quando Pascual visita la sede del servizio meteorologico catalano (Meteocat), a Barcellona. Uno degli studiosi del centro rimane colpito dalla sua determinazione e gli regala un termometro di precisione e una bottiglia di Nansen (uno strumento utile per campionare l’acqua a diverse profondità).
Da allora, Pascual non ha mai smesso di misurare la temperatura del mare, prima dalla barca di famiglia, La fera del mar (La fiera del mare), e poi da La pubilla (La primogenita o l’erede), il regalo di un amico in pensione. Dall’inizio degli anni Novanta, misura anche il livello del mare, l’erosione costiera e la temperatura dell’aria: per realizzare tutte queste rilevazioni impiega in media più di due ore.
“A volte sono uscito in barca anche in condizioni meteorologiche non proprio ragionevoli, con onde alte due metri, ma sento che ne è valsa la pena”, ha affermato.
Roberta Cavaglià – SkyTG24 del 19 agosto 2026
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