Parole della domenica: “Bicchiere d’oro”, il riconoscimento ai grandi personaggi amici della città. Perché non ripristinare il premio?
Consultando il mio modesto archivio fotografico ho ritrovato una foto che si riferiva al premio il Bicchiere d’oro. Siamo nei primi anni Ottanta, sono passati circa 40 anni, ma quel premio intendeva rappresentare un simbolo, l’essenza della nostra cittadina termale e veniva conferito a personaggi che hanno contribuito a diffondere il concetto di salute e l’immagine di Montecatini nel mondo. Era stato disegnato dal grande maestro orafo Gerardo Sacco e voluto fortemente dal presidente dell’Associazione commercianti Romano Torelli e dal vice Lauro Bonvicini, due personaggi che hanno fatto la storia del commercio a Montecatini. Da ricordare che all’inizio il premio nacque come Bicchiere d’argento e veniva conferito a personaggi locali che si erano particolarmente distinti nel mondo imprenditoriale. Fra questi ricordiamo Vito Panati, Adriana Del Re, moglie del professor Dino Scalabrino, Sirio Maccioni e Dede Pancioli.
Il premio fu sostenuto con molto entusiasmo anche dal vicesindaco di quegli anni Alberto Lapenna, dal sindaco Lenio Riccomi oltre che da Bruno Banchelli, Ennio Gori e dal presidente degli albergatori Boldrini. Il bicchiere d’oro griffato Cartier fu reso possibile grazie ai buoni rapporti che Romano Torelli aveva con il famoso brand del lusso in Italia. Praticamente i bicchieri venivano spediti a Parigi e poi ritornavano a Montecatini con la bordatura e la punzonatura raffigurante un cigno.
Negli anni successivi l’importante riconoscimento del Bicchiere d’oro fu assegnato a personaggi molto importanti come Pippo Baudo, Enrico Manca, già presidente Rai, e all’ex ambasciatore Usa Maxwell M. Rabb. La consegna del premio avveniva al Tettuccio e al Nuovo Teatro Verdi.
Visto che da piu parti si parla di rilanciare la cura idropinica, perché non facciamo un pensierino per ripristinare questo storico premio? In fondo il bicchiere rappresenta l’acqua termale, il benessere e il legame profondo con la nostra città.
Giuseppe Romano
Come ogni settimana, ho cercato nel web e sui giornali altre storie per chi voglia leggere ma soprattutto per chi voglia riflettere.
Buona domenica a tutti quelli che ci seguono.
(Mauro Lubrani)
L’inchino di Varenne al pubblico del Sesana

Ho avuto la fortuna di veder correre alcuni tra i più importanti trottatori di tutti i tempi, Ideal du Gazeau, Ourasi e Varenne. Inutile discutere su chi sia stato il più forte. E’ come scegliere il migliore fra Pelè, Maradona o Messi. Periodi e contesti diversi. Ognuno ha giustamente le proprie idee. Ma di Varenne mi ha sempre impressionato l’intelligenza e la sensibilità che lo rendeva davvero diverso dagli altri cavalli. Intanto da come lui ti guardava. Quell’occhio attento che ti parlava e t’incuteva anche rispetto. Poi ci fu la risposta dell’inchino agli applausi del pubblico. La prima volta mi pare accadde a San Siro. Al momento pensai ad un gesto da circo equestre, cercato dal suo driver tirando le redini. Ma guardandolo con attenzione e da vicino mi accorsi che Giampaolo Minnucci non muoveva le mani. Varenne faceva tutto da solo. Il suo gesto era spontaneo e bellissimo. L’ultima volta che l’ho incontrato, una decina di anni fa al Sesana rimasi invece molto colpito dalla sua sensibilità. Varenne, che ormai aveva cessato l’attività agonistica, venne a Montecatini come ospite in una serata di corse. Naturalmente l’attenzione era tutta su di lui e il suo box era preso d’assalto da appassionati e curiosi. Ricordo che a fine serata Varenne era un po’ stanco e si era innervosito per il caos che inevitabilmente si era creato intorno a lui con tante mani che volevano toccarlo. Ad un certo punto al recinto si avvicinò un ragazzo tetraplegico in carrozzina. Quando Varenne lo vide si calmò ed iniziò ad andare lentamente verso la sua direzione. Quando gli fu vicino si chinò abbassando piano piano il muso, il tutto con estrema delicatezza, portandolo verso la sua mano per farsi accarezzare. Quella sera mi resi conto che Varenne era molto di più di un campione e di un cavallo. Grazie di tutto Capitano!
Gabriele Galligani – post su Facebook del 18 agosto 2026
Nella foto (di Rosellini): Varenne al Sesana mentre s’inchina al pubblico che lo applaude
Un cavallo diventato leggenda

Varenne è stato un fuoriclasse, dunque una proiezione di desideri, un’apparizione, una creatura non di questo mondo che pure, questo mondo, ha arricchito di bellezza. Il miracolo del grande immaginario sportivo è una dimensione che non prevede umani o non umani, vero o falso, parola o silenzio, vivi o morti: lì abitano gli angeli. Ci guardano e sorridono. Per questo, non sembri eccessivo accostare il più grande cavallo di tutti i tempi, il più forte trottatore mai apparso tra noi ma pur sempre un cavallo, dunque un animale (in teoria), agli immortali dello sport. Ma è esattamente questo che adesso faremo: nel dirvi, e nel dirci, che il fantastico cavallo Varenne sta con Meazza e Coppi, Pietro Mennea e Consolini, Tazio Nuvolari e Paolo Rossi. Dev’esserci un posto bellissimo e pieno di luce, dove i giganti dello sport sembrano bambini contenti, e noi più di loro.
Non si tratta solo di trionfi, anche se basterebbero e avanzerebbero – i due Prix d’Amérique, i tre Lotteria, il Derby, il Nazioni, la Breeders Crown, le 62 vittorie in 73 corse disputate: è anche questo. Eppure questo, da solo, sarebbe ancora poco, sarebbe solo una colonna di numeri. Varenne, come i suoi confratelli umani, ha riempito occhi e cuori, ha moltiplicato battiti e respiri, coniugando l’armonia della corsa con una probabile assenza di peso, lo stile con la forza di gravità totalmente abbandonata. Lui, Varenne, non vinceva solamente, lui ogni volta arrivava sulla Luna come l’ippogrifo di Astolfo.
Ci si può affezionare a un cavallo? Sì, certamente, e si può soffrire per la sua morte, sebbene arrivata a 31 anni che per un cavallo (ma Varenne non era solo un cavallo!) sono tantissimi. Lo vedemmo da vicino due volte, la prima a Parigi in attesa dell’Amérique, la seconda nella campagna pavese dove già trascorreva il tempo da stallone senza amore, montando un congegno meccanico che gli spremeva il seme: ha avuto, in questo modo, 3mila figli e mai neppure una cavalla. Se gliene dessimo da amare una vera, ci spiegarono, poi non accetterebbe nessun altro accoppiamento meccanico. Chiamalo scemo. Ma così sarebbe saltato il business.
Maurizio Crosetti – Anteprima Repubblica del 18 agosto 2026
3-30-300: la regola del verde urbano

Vedere almeno tre alberi dalla finestra di casa, vivere in un quartiere dove le chiome coprono almeno il 30% del suolo e poter raggiungere un parco con una passeggiata di meno di cinque minuti. È questa la regola del “3-30-300”, un principio elaborato nel 2021 dall’urbanista olandese Cecil Konijnendijk per misurare l’accesso alla natura nelle città. Ma per la maggior parte dei cittadini europei resta ancora un obiettivo lontano. Secondo uno studio pubblicato su Nature Communications, solo il 13,5% della popolazione urbana vive in aree che rispettano tutti e tre questi criteri: in Italia la quota quasi si dimezza e scende al 7,7%.
Lo studio ha valutato l’applicazione del principio 3-30-300 in 862 città europee con almeno 50mila abitanti, distribuite nei 27 Paesi dell’Unione europea, oltre a Regno Unito, Svizzera, Norvegia e Islanda. I risultati mostrano che il rispetto dei criteri varia notevolmente tra città e aree geografiche, con una tendenza generale che penalizza soprattutto l’Europa meridionale.
Il primo indicatore riguarda la possibilità di vedere almeno tre alberi dalla propria abitazione, luogo di studio o di lavoro. In media, è così per circa il 46,7% della popolazione urbana europea, con differenze marcate da città a città: a Berlino, Lugano o Espoo, oltre il 70% dei residenti gode di questa vista, mentre in centri come Murcia, Ragusa e La Valletta la quota scende sotto il 10%.
Ancora più difficile da raggiungere è il secondo criterio, che richiede di vivere in quartieri con almeno il 30% di copertura arborea. Si tratta dell’obiettivo meno rispettato in Europa: solo il 28% degli abitanti urbani vive in aree che raggiungono questa soglia. Le performance migliori si registrano soprattutto nel Nord e nell’Est del continente: in città come Berlino, Stoccolma e Varsavia, oltre il 70% della popolazione risiede in quartieri ad alta densità di alberi. Al contrario, circa una città europea su tre ha meno del 10% dei residenti che vive in contesti con una copertura arborea sufficiente.
Nonostante sia il criterio meno rispettato, è anche uno dei più rilevanti dal punto di vista sanitario: secondo uno studio pubblicato su The Lancet basato su 93 città europee, l’aumento della copertura arborea fino al 30% potrebbe evitare fino all’1,84% delle morti premature nei mesi estivi e ridurre quasi quattro decessi su dieci attribuibili al calore urbano.
Il parametro più diffuso è invece quello relativo all’accesso ai parchi. In media, il 57% della popolazione urbana europea vive a meno di 300 metri da uno spazio verde di almeno un ettaro. Anche in questo caso emergono forti differenze territoriali: nelle città del Nord Europa, come Stoccolma, Helsinki o Zoetermeer, più di tre quarti degli abitanti hanno un parco raggiungibile a piedi in pochi minuti. Nelle città dell’Europa meridionale e sud-orientale, invece, la disponibilità di grandi aree verdi è più limitata e in alcuni casi meno del 10% della popolazione dispone di un parco entro la soglia indicata da Konijnendijk.
Roberta Cavaglià – SkyTG24 del 23 giugno 2026
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