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Parole della domenica, arriva il caldo ma la città delle acque si scopre senza piscine pubbliche e termali

Parole della domenica, arriva il caldo ma la città delle acque si scopre senza piscine pubbliche e termali

E’ estate, c’è voglia di refrigerio, di passare alcune ore in piscina. Ma anche qui Montecatini ha le sue pecche… mentre Maresca sulla montagna pistoiese ha recuperato il suo impianto con inaugurazione proprio in questi giorni.
La nostra città, invece, ha la piscina comunale chiusa pur avendo una struttura esterna tra le più belle in assoluto, quella delle Panteraie è stata ridotta nelle dimensioni nonostante fosse stata firmata da Porcinai. Non si parli poi di quelle termali: dalle Redi con una piscina ritenuta troppo piccola rispetto alle necessità, a quella che esisteva al Grocco e abbattuta nel cantiere delle Leopoldine, che può considerarsi l’inizio di tutti i nostri mali.
Quindi, mentre i turisti possono scegliere alberghi dotati di piscina e per fortuna sono molti, i cittadini devono guardarsi intorno e scegliere offerte di altre zone come Monsummano, Chiesina e dintorni.
Insomma, noi che eravamo all’avanguardia negli anni Cinquanta del secolo scorso quando furono aperte le Panteraie, che ci fregiamo del titolo di “città delle acque”, oggi ci ritroviamo ad inseguire.

Come ogni settimana, ho cercato nel web e sui giornali altre storie per chi voglia leggere ma soprattutto per chi voglia riflettere.
Buona domenica a tutti quelli che ci seguono

(Mauro Lubrani)

Uno splendido documentario Rai dedicato al mito Zoff

Che bello questo docufilm su Dino Zoff, sentire la sua voce, i suoi ricordi che poi sono quelli nostri di un’Italia operaia che andava a vincere i mondiali contro i grandi del mondo, il Brasile, l’Argentina e la Germania, rivedere facce e sentire voci che hanno fatto la storia, da Pertini a Bearzot, da Pizzul a Scirea e poi la partecipazione di Marco Bocci e Francesco De Gregori. Una bella chicca, brava la Rai!
Luca Fusco – post su Facebook del 10 giugno 2026

Addio commosso ad Igor Protti bomber del popolo

Che fosse un figlio della Romagna – era nato a Rimini il 27 settembre del 1967 – quasi non se lo ricordava più nessuno. La città che aveva sentito davvero sua era Livorno, lo aveva accolto a diciott’anni, lo aveva visto crescere, costruire una famiglia e diventare un simbolo. Ricevendone la cittadinanza onoraria nel 2007. Lì, tra il porto e l’Ardenza, Igor si era trasferito ragazzo, 18enne. L’inizio di una lunga storia d’amore: 304 partite e 140 gol con l’amaranto addosso e poi la carriera da dirigente. E poi e per sempre l’affetto della gente. L’inizio e la fine.
Dai primi abbracci con quella maglia quarant’anni fa al grande abbraccio con tutto lo stadio, quel venerdì di fine agosto, per il ritorno del Livorno in C. Un ultimo giro di campo. Sotto gli occhi commossi di Cristiano Lucarelli, qualcosa di più di un ex compagno di squadra: l’amico fraterno a cui, il 22 maggio del 2005, una partita contro la Juventus, uscendo dal campo e dopo aver segnato un gol, l’ultimo gol, aveva lasciato la fascia di capitano. Una staffetta emozionale, ancor prima che tecnica. “Vai, adesso tocca a te”. Un anno prima (53 gol in due) avevano insieme contribuito al ritorno in A della squadra dopo un’assenza di cinquantaquattro anni.
Nel mezzo, gli anni belli di Messina: erede amatissimo di Totò Schillaci. Quel record all’incontrario a Bari, dove lo chiamavano Zar e dove, anche lì, aveva ricevuto la cittadinanza onoraria: unico giocatore della nostra serie A a retrocedere con la carica di capocannoniere (24 gol, alla pari del laziale Signori, campionato 95/96). E, insieme a Dario Hubner, unico del nostro calcio capace di laurearsi miglior marcatore in serie A, in B e in C. “Uno che sa fare gol, li fa in tutte le categorie”.
Ne ha segnati tanti in carriera, quasi 260. Ne ha segnati anche nelle sue stagioni sbilenche: al Napoli, dove però giocò con la maglia che era stata di Maradona, e alla Lazio dove segnò un gol mai dimenticato, all’ultimo minuto in un derby contro la Roma, celebrato con il ‘trenino’. Della delusione di una chiamata in Nazionale che non arrivò mai, alla fine, se ne era fatto una ragione. “Il Ct era Sacchi e lui non ha mai pensato a me, anche se mi conosceva bene per avermi allenato nel Rimini. Ma forse aveva ragione: in quel momento non ero probabilmente pronto e c’era tanta concorrenza” (agli Europei del 1996 lo lasciò a casa, insieme a Roby Baggio, e preferì Enrico Chiesa).
È a Livorno che ha sempre ritrovato il sorriso. Perché a Livorno è stato centravanti, bomber, capitano, icona. La sua maglia numero 10 prima ritirata e poi reintrodotta per sua stessa volontà affinché – disse – “chiunque possa ritrovare il sogno di poterla indossare”.
Un pezzo di eredità che oggi diventa più grande e più preziosa. Perché oltre quella maglia c’è di più: c’è un romanzo di gol, di passione, di appartenenza. Quando il calcio faceva garrire bandiere, oggi sempre più rare. E oggi quella bandiera è a mezz’asta. Ciao Igor, c’è chi dice che all’Ardenza si senta ancora il boato per i tuoi gol.
Daniele Barone – Sky Sport Insider 19 giugno 2026

Gullit contro una Coppa del Mondo simbolo di divisione

Ruud Gullit: “Sono rimasto in silenzio per molto tempo perché volevo giudicare questa Coppa del Mondo in base a questioni calcistiche. Ma più ci addentriamo nei preparativi, più diventa chiaro che il calcio non è più la storia principale. Per questo motivo, credo che Gianni Infantino debba seriamente considerare di dimettersi dalla presidenza della FIFA.
Una Coppa del Mondo dovrebbe unire le persone. Invece, questo torneo sta diventando un simbolo di divisione, dispute politiche, restrizioni di viaggio e fallimenti amministrativi.
Stiamo sentendo rapporti secondo cui i sostenitori iraniani hanno visto revocata la loro assegnazione di biglietti. Abbiamo visto il caso dell’arbitro somalo Omar Artan, selezionato dalla FIFA per merito per arbitrare al livello più alto, eppure, a quanto riferito, gli è stato negato l’ingresso nel paese ospitante. Questi non sono problemi minori. Colpiscono il cuore di ciò che la Coppa del Mondo dovrebbe rappresentare.
La FIFA non può continuare a promuovere il calcio come un gioco universale mentre sostenitori qualificati, funzionari e partecipanti affrontano barriere che sembrano non avere nulla a che fare con il calcio stesso. La responsabilità primaria dell’organizzazione è proteggere l’integrità e l’accessibilità della competizione.
Ciò che mi preoccupa di più è che questi problemi erano prevedibili. La FIFA ha assegnato il torneo, la FIFA ha approvato gli accordi e la FIFA ha ripetutamente assicurato al mondo del calcio che tutti sarebbero stati i benvenuti. Se quelle assicurazioni si stanno dimostrando inaffidabili, allora la responsabilità deve iniziare dal vertice.
La leadership non consiste nell’apparire in fotografie con i politici o nel celebrare il successo commerciale. La leadership consiste nell’assumersi la responsabilità quando le cose vanno storte. È per questo che credo che il signor Infantino debba chiedersi se è ancora la persona giusta per guidare il calcio mondiale.
L’aumento dei costi per assistere alle partite è un’altra seria preoccupazione. Molti sostenitori fedeli che seguono le loro nazionali nelle campagne di qualificazione non possono più permettersi di partecipare al torneo. Il calcio rischia di diventare un evento esclusivo per corporation e spettatori ricchi, piuttosto che per i tifosi comuni che hanno costruito il gioco.
La Coppa del Mondo appartiene al mondo, non ai governi, agli interessi politici o agli amministratori del calcio. Appartiene ai giocatori, agli arbitri e ai sostenitori.
Se la FIFA non può garantire che tutti e tre siano trattati equamente e alla pari, allora ha fallito nel suo dovere più fondamentale.
Il mondo del calcio merita risposte, responsabilità e leadership. Se queste non possono essere fornite sotto l’attuale amministrazione, allora forse è arrivato il momento per una nuova leadership alla FIFA.”
Maurizio Romeo – post su Facebook del 11 giugno 2026

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