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Parole della domenica, il Comune pensa di acquistare il Palazzo dei Congressi per rilanciare il turismo del settore

Parole della domenica, il Comune pensa di acquistare il Palazzo dei Congressi per rilanciare il turismo del settore

Montecatini vuole tornare ad essere anche “la città dei congressi”, come lo è stata per tanti anni. Famosi i tanti convegni medici ospitati, ma soprattutto quello rivolto ai medici di lingua tedesca negli anni d’oro del nostro termalismo.
Ma la città vuole anche rilanciare il Palazzo dei Congressi, fatto costruire negli anni ’80 da Tullio Pancioli. Infatti, il comune di Montecatini Terme ha approvato qualche mese fa una delibera di indirizzo per valutarne l’acquisto.
Il passo successivo è stato pertanto quello di aver dato mandato all’avvocatura di procedere con la richiesta all’Agenzia del Territorio per la valutazione dell’acquisto e del valore del Centro Congressi. Un passo fondamentale per capire la fattibilità dell’operazione.
L’idea appunto è quella di far tornare la città di Montecatini al centro del turismo congressuale. Quindi ospitare eventi e congressi, ma anche una struttura dove trasferire alcuni degli uffici comunali. Prevista anche la realizzazione di parcheggi a servizio della città. 
Stiamo parlando di un complesso di circa 8000 mq con 1500 posti disponibili, suddivisi in 3 sale per ospitare eventi e congressi. Al suo interno sarebbero previsti anche un ristorante, un bar e alcuni negozi.
Nella riqualificazione del Centro Congressi un aspetto importante è il recupero ad uso pubblico di una cinquantina di posti auto in un’area di circa 1600mq al piano seminterrato che potrebbe produrre entrate per circa 115mila euro a favore della Montecatini Parcheggi. 

Come ogni settimana, ho cercato nel web e sui giornali altre storie per chi voglia leggere ma soprattutto per chi voglia riflettere.
Buona domenica a tutti quelli che ci seguono

(Mauro Lubrani)

Il campione e il “signor Mattarella”

Sinner insieme al Presidente Mattarella

Lo sport professionistico ha sempre meno angoli ciechi. Le telecamere professionali e i telefonini privati scansionano gli spogliatoi, i corridoi, le sale stampa. Ispezionano gli arrivi, le discese dai pullman, gli esercizi di riscaldamento, i prima e i dopo dell’evento. È sempre più difficile trovare i gesti spontanei, il beneficio della naturalezza. Servono cuori liberi. E menti pulite.
Jannik Sinner durante la premiazione del Foro Italico – dopo un trionfo che fa transitare la storia dello sport italiano – si riferisce al Presidente della Repubblica come “signor Mattarella”. Il destinatario sorride.
Qui, come ormai accade sempre con Sinner, c’è in agguato il pericolo del miele retorico e della santificazione di atti normali. Il campione in ingenuo imbarazzo, il Presidente indulgente, la famiglia perbene, un Paese che si sente buono. È una strada già battuta e si consuma in fretta.
Ma perché quella scena ci è piaciuta? Perché è la frizione tra due alfabeti.
Non è Sinner a “sbagliare”: più che un inciampo, è un punto di contatto tra mondi che raramente si sfiorano senza la protezione del cerimoniale. E il sorriso del Presidente è un lasciapassare: accetto una piccola incrinatura, non mi irrigidisco, l’istituzione non deve essere difesa dalla spontaneità. Se davvero è una gaffe, quel “signor Mattarella” è come le gaffe dei bambini, che infatti non sono gaffe. I bambini che corrono dal papa o che giocano senza riguardi con i potenti o i famosi, perché non hanno ancora incamerato le sovrastrutture delle relazioni umane.
L’empatia è un superpotere discreto e lo possiedono entrambi; un campione di tennis e il nostro Presidente.
Mattarella poi lascia il campo, risalendo le scalinate del Centrale del Foro Italico, e si ferma per qualche istante a parlare con i genitori di Jannik Sinner. Tre persone tranquille e una deviazione minima del protocollo. Perché in quel ragazzo c’è il senso della parola educazione ed è giusto dirlo a chi gli ha insegnato il mestiere di vivere.
Andrebbe restituito onore a una parola abusata: informale. Quando è in mano alle persone giuste, un gesto informale fa la differenza.
Fabrizio Brancoli – Il Nord Est, 18 maggio 2026

La storia di Alberto Trentini

Il Comune pensa di acquistare il Palazzo dei Congressi per rilanciare il settore

La storia di Alberto Trentini ce la ricordiamo tutti, almeno l’ultima parte: arrestato senza un perché in Venezuela il 15 novembre 2024, liberato dopo 423 giorni il 12 gennaio di quest’anno. Ma appunto, è come se di una maratona fosse importante solo l’ultimo chilometro. E allora, poiché il suo ragionamento a proposito delle competenze lo avete letto qui sopra, dell’operatore umanitario Trentini vale la pena ricordare brevemente – non lo fa lui, lo facciamo noi – anche il pezzo precedente: laureato in Storia a Ca’ Foscari, dopo il servizio civile si specializza come assistente umanitario a Liverpool, poi si fa un master in sanificazione dell’acqua a Leeds, quindi parte per il Perù nel 2017 e ci resta sei mesi per aiutare la gente colpita dalle inondazioni, dopodiché partecipa a una fila di missioni in Ecuador, Paraguay, Bosnia, Etiopia, Nepal, Grecia, Libano, fino all’ultimo incarico assunto con la ong francese Humanity and Inclusion, premio Nobel per la Pace 1997, specializzata nell’assistenza di persone con disabilità.
Ha scritto la sua riflessione per la Newsletter di Buone Notizie nelle stesse ore in cui Donald Trump metteva online le seguenti parole rivolte genericamente all’Iran, senza minimamente distinguere tra chi lo governa e i milioni di uomini-donne-bambini che lo abitano: «Si diano una mossa, altrimenti non ne resterà più nulla». La foto (per il momento generata con l’AI, e tocca dire meno male) che accompagna la frase lo mostra seduto nella «stanza dei bottoni» con una faccia che non vorremmo mai vedere neanche al cinema e figuriamoci se invece appartiene al vero presidente degli Stati Uniti. Se fosse ancora vivo Martin Luther King forse aggiornerebbe il suo famoso dream, o direbbe che ne ha fatto un altro in cui vedeva Trump, Putin, Netanyahu e naturalmente tutte le varie «guide supreme» del Pianeta deposte all’istante dai loro scranni, sui quali venivano invece messi a sedere altrettanti «operatori umanitari». Vabbè, lasciateci almeno sognare.
Paolo Foschini – Corriere della Sera / Buone notizie, 18 maggio 2026

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