Parole della domenica, la “Mille Miglia” fa sognare il ritorno di un turismo di qualità
Montecatini ha vissuto questa settimana un evento eccezionale, ospitando una tappa della storica “Mille Miglia” con l’aggiunta del Ferrari tribute. Centinaia di persone hanno assistito all’arrivo e alla passerella delle splendide autovetture, che hanno dato un tocco di eleganza e di bellezza al centro della città, al viale Verdi per finire poi alla cena di gala all’interno dello stabilimento Tettuccio.
Il sindaco Del Rosso ha già annunciato che la città è pronta a candidarsi anche alla prossima edizione del centenario. I numeri, sempre secondo il primo cittadino, parlano chiaro: «Tra mercoledì e giovedì i partecipanti alla gara e lo staff tecnico hanno occupato circa 1.100 camere, per un totale di almeno 1.500 persone. Secondo l’organizzazione delle 1000 Miglia, circa 5mila persone sono scese in strada ad accogliere l’arrivo e ad assistere alla partenza delle vetture. Circa 430 auto d’epoca e 150 Ferrari si sono riversate lungo le vie cittadine».
La presenza di una manifestazione dal livello della “Mille Miglia” è una conferma della volontà dell’Amministrazione comunale di alzare il tono degli eventi con l’obiettivo di tornare ai momenti d’oro del passato.
E’ certo che occorrerà ancora molto tempo e che non bisogna correre il rischio di dare la sensazione di offrire ai turisti qualcosa che ancora la Montecatini targata Unesco non può avere. La strada intrapresa, comunque, è quella di volere riportare un turismo di qualità dopo che da tanti anni ci dobbiamo accontentare di quello di basso livello.
Come ogni settimana, ho cercato nel web e sui giornali altre storie per chi voglia leggere ma soprattutto per chi voglia riflettere.
Buona domenica a tutti quelli che ci seguono.
(Mauro Lubrani)
Il Mondiale più grande ma senza l’Italia

E’ la festa dell’anno alla quale non sei invitato, il sabato del villaggio accanto al tuo. Guardi con invidia i ragazzi di Curacao arrivare sullo scuolabus colorato e ti chiedi cos’hai fatto di male per non esserti meritato un biglietto d’ingresso. Così, se la carta d’identità te lo consente, chiudi gli occhi e pensi con nostalgia a quel codino con il numero 10 sulla schiena che 32 anni fa fece scoprire il calcio cioè il soccer cioè il football agli americani. Oggi Robybaggio, con i capelli grigi e la malinconia di una porta nel cielo di Pasadena, siede sugli spalti del Madison Square Garden a guardare le finali Nba come uno spettatore qualunque. E spettatori qualunque, di questo Mondiale che va a incominciare, saremo tutti noi italiani. Non ci sono drappi tricolori stesi su quel che rimane di Litte Italy, tre strade in croce con le insegne in italiano tra Canal Street e la Bowery. Non ci saranno i paisà pronti a riempire gli stadi e anche il mezzo milione di italo-canadesi che popolano l’area di Toronto dovrà tifare per il proprio Paese adottivo, quando venerdì affronterà la Bosnia nella partita che avrebbe potuto e dovuto essere l’esordio degli azzurri.
Ma il pallone rotola anche senza di noi ed eccoci dunque alla vigilia della Coppa del Mondo più vasta della storia: 48 nazioni partecipanti, da Guadalajara a Vancouver, da Los Angeles a New York. Cerimonia d’apertura allo stadio Azteca, Italia-Germania-quattro-a-tre, altra botta di nostalgia canaglia. Canta Shakira, quella di Waka Waka e casualmente sarà il Sudafrica ad affrontare il Messico padrone di casa ma stavolta senza vuvuzelas, vietate dalla Fifa come molte altre cose. Ci attende un’abbuffata di 104 partite in 39 giorni, fino all’atto conclusivo del 19 luglio al Met Life Stadium.
E nell’incertezza dei pronostici, l’unica certezza è che non si parlerà solo di calcio, Var e rigori: c’è la nazionale iraniana che gioca su suolo americano mentre i due rispettivi eserciti si fronteggiano in guerra; ci sono i tifosi dei Paesi del Centro e Sud America che devono guardarsi dalle retate dell’Ice; ci sono i biglietti a prezzi stratosferici che rischiano di lasciare gli stadi semivuoti. C’è la Fifa di Infantino più potente dell’Onu, ci sono gli Stati Uniti di Trump con gli occhi del mondo addosso in un’operazione di sport washing incredibilmente simile a quella del Qatar di quattro anni fa. E anche se non ci hanno invitato, saremo tutti lì a sbirciare dal buco della serratura. Ma che sia l’ultima volta.
Andrea Iannuzzi – Anteprima Repubblica, 10 giugno 2026
Scuola, nostalgia dei quadri con voti e promossi (o bocciati)

I quadri, si sa, non esistono più: eppure, dentro di me, anche la fregola di aspettare che escano rimane. Dentro di voi no? Perché i quadri non servivano solo a sapere, a ricevere il verdetto. Servivano a non riceverlo da soli. Tanto che, a ripensarci, non ricordo quasi nessuno dei miei voti, a parte quello di maturità, ma a occhi chiusi arriverei dalla mia casa di allora a quel cortile.
Ho, avrò sempre addosso quel caldo. Mentre, cercando il mio nome, il mio verdetto, trovavo anche i nomi, i verdetti degli altri. Avevo attraversato l’anno amando qualcuno, odiandolo, senza accorgermi più di tanto che esistesse la maggior parte di loro. Ma di colpo erano tutti me. Io ero tutti. Le madri nelle Cinquecento parcheggiate in seconda fila, ansiose pure quelle di sapere, i padri sulla Vespa: erano di Nicola che rischiava quattro materie, di Beatrice che non poteva mica ripetere per la terza volta il secondo anno, no? Erano le madri e i padri di tutti.
Arrivavano violenti, i quadri, intrinsecamente indiscreti, politicamente scorrettissimi, perché decretavano, senza possibilità di replica, che c’era chi meritava un’estate leggera e luminosa, chi invece proprio no, se ne meritava una tremenda, chi era un rotondissimo otto, chi un pigro sei, chi un quattro, un inappellabile tre. Motivo per cui sono scomparsi – sostituiti da una solitaria, peggio ancora parentale (stretta nella morsa del più comune disturbo della sessualità, per dirla con il maestro), per sua stessa natura ingannevole, presa d’atto di esserlo. Un otto, un sei, un inappellabile tre.
Se non fosse che, ogni volta che scompare un’occasione d’indiscrezione, va da sé, rischia di scomparire anche un’occasione di confusione- dunque di empatia. E siccome tanto poi i fatti degli altri ce li facciamo lo stesso, perché in un modo o nell’altro “come sono andati i quadri” lo capiremo dal loro Instagram, non era meglio avere almeno un momento, quello, per scoprire se eravamo un otto, un sei, un inappellabile tre, ma scoprirlo insieme?
Chiara Gamberale – SkyTG24, 12 giugno 2026
Serena e Kyrgios, i pensionati pentiti

La pensione, nel tennis, è un concetto assai meno definitivo di quanto sembri. Somiglia alle porte girevoli dei grandi centri commerciali: entri convinto di uscire e un attimo dopo ti ritrovi di nuovo dentro. In questi giorni il tema torna d’attualità. Da una parte c’è Serena Williams, che continua a gigioneggiare tra doppio e futuribile singolare, lasciando sempre socchiusa la porta dello spogliatoio. Dall’altra Nick Kyrgios, che da anni si ferma, annuncia rientri, proclama pause, si elegge opinionista, risorge e riparte come un rocker in tournée permanente con sé stesso. Qualcuno sa davvero se torneranno? Forse non se ne sono mai andati.
Sky Sport Insider – 11 giugno 2026
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