Parole della domenica, il Comune investe cinque milioni per rilanciare l’immagine di Montecatini
Il Comune prevede un forte investimento che sfiora i cinque milioni di euro nel prossimo triennio per rilanciare l’immagine turistica, valorizzare il patrimonio Unesco e riorganizzare i servizi di accoglienza e gli eventi cittadini. Lo stanziamento sarà possibile grazie ai proventi dell’imposta di soggiorno.
La regia di questi progetti naturalmente passerà dalle mani del Dmo. Tra le novità più rilevanti figura il passaggio gestionale dell’ufficio di informazione e accoglienza turistica (Iat), che dal 2027 sarà affidata direttamente alla Fondazione. Il servizio Iat verrà trasformato in uno snodo tecnologico avanzato, dotato di strumenti digitali, app multilingua, assistenti virtuali e sistemi predittivi per l’analisi dei flussi di visitatori. Parallelamente, l’ente fornirà supporto tecnico al Comune nel ruolo di capofila dell’Ambito Turistico Valdinievole e opererà in stretta sinergia con l’Ufficio Unesco per promuovere il binomio tra cultura e benessere termale sui mercati internazionali.
Sul fronte degli eventi, il palinsesto triennale punta sulla destagionalizzazione. Capitolo centrale sarà “Destinazione Natale”, la cui prima edizione partirà tra circa un mese, con la creazione di un villaggio diffuso nel centro urbano, mercatini selezionati, spazi dedicati all’artigianato e alle eccellenze enogastronomiche, affiancati da scenografiche illuminazioni artistiche e video mapping sui monumenti storici. Confermati e potenziati anche i grandi appuntamenti estivi ormai classici, come il Montecatini Terme Unesco Arti Festival a luglio e il Montecatini Jazz Festival.
Come ogni settimana, ho cercato nel web e sui giornali altre storie per chi voglia leggere ma soprattutto per chi voglia riflettere.
Buona domenica a tutti quelli che ci seguono.
(Mauro Lubrani)
Nobel per la Pace al coraggio di Navi Pillay

Cresciuta nel Sudafrica dell’apartheid, fu nominata da Mandela all’Alta Corte. Ha fatto parte del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, della Cpi e della Corte dell’Onu Ha presieduto la Commissione d’inchiesta indipendente sui territori palestinesi occupati.
«Perché ci vorrebbe coraggio per dire la verità?». Navi Pillay accoglie così il Nobel per la Pace, a Norimberga, dove il diritto internazionale cominciò a chiedere conto del potere. Ha appena ricordato il rapporto su Gaza nel quale la commissione Onu da lei presieduta ha concluso che Israele ha commesso genocidio. «Una delle reazioni principali a quel rapporto è stata quella di rendermi omaggio per il mio coraggio. E potete immaginare quanto fossi sorpresa», ha aggiunto Pillay.
Quando le hanno comunicato il Nobel, annunciato prima che ne fosse informata dato che risultava irraggiungibile, la prima risposta è stata: «Dev’essere uno scherzo. Essendo avvocato e giudice, desidero comunque verificare le vostre affermazioni». Il Comitato norvegese l’ha scelta per «i suoi sforzi per promuovere la pace e il diritto internazionale». Una motivazione che rimette la ricerca della giustizia dentro la parola pace.
Poco dopo è giunta la reazione, scontata e aggressiva, di Washington e Tel Aviv. Ma per lei il metodo dovrebbe bastare: «Si interpreta la legge, si esaminano tutti i fatti, quindi si tratta di un processo decisionale imparziale». Il riconoscimento arriva mentre quel metodo viene contestato insieme alle istituzioni che lo applicano. «Siamo in un’epoca in cui il diritto internazionale e i diritti umani sono oggetto di attacchi politici gravi», denuncia Pillay nella conferenza stampa improvvisata nella città dove vennero giudicati i gerarchi nazisti.
Nello Scavo – Avvenire, 10 ottobre 2026
La preghiera di tutti

Possono convivere le religioni? Possono dialogare, pregare insieme, le loro autorità? Il 27 ottobre 1986 Papa Giovanni Paolo II riunì ad Assisi i rappresentanti delle religioni mondiali. Non era mai accaduto nella storia che si radunassero esponenti così autorevoli in rappresentanza di così tante fedi. C’erano il Dalai Lama e il patriarca dei buddhisti giapponesi, l’arcivescovo di Canterbury e vescovi luterani e ortodossi, il rabbino capo di Roma e il rappresentante della Grande Moschea di Roma, hindu e baha’i, nativi americani e sciamani africani. Tutti pregarono per la pace: la mattina ogni delegazione per proprio conto, nel pomeriggio un’autorità dopo l’altra nella piazza della basilica inferiore di San Francesco.
Sono passati quarant’anni da allora. La globalizzazione ha avvicinato le religioni. La diversità religiosa è più tangibile e più visibile. Sono aumentati i contatti e con essi gli scontri e gli incontri, l’inevitabile ibridazione e l’altrettanto inevitabile irrigidimento. Il futuro è minaccioso e la domanda si è fatta ancora più pressante. Saranno capaci le fedi di far prevalere l’incontro sullo scontro? Quanto e come dovranno trasformarsi perché ciò sia possibile? L’evento storico di quarant’anni fa ha dettato la linea. Per poter convergere è necessario garantire le identità e le differenze. «Il fatto che noi siamo venuti qui», disse il Pontefice quel 27 ottobre 1986, accogliendo gli ospiti a Santa Maria degli Angeli, «non implica alcuna intenzione di ricercare un consenso religioso tra noi o di negoziare le nostre convinzioni di fede». Non significa neppure «che le religioni possono riconciliarsi sul piano di un comune impegno in un progetto terreno che le sorpasserebbe tutte», né tantomeno che l’incontro sia «una concessione a un relativismo nelle credenze religiose».
La preghiera per la pace del 1986 ha lasciato un seguito di iniziative e di eventi che si rinnoverà il 27 ottobre prossimo con la visita ad Assisi di Leone XIV.
Marco Ventura – Corriere della Sera / La lettura, 10 ottobre 2026
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