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Parole della domenica, pendolari beffati per il treno veloce cancellato dalle Ferrovie. Sindaci protestano con la Regione

Parole della domenica, pendolari beffati per il treno veloce cancellato dalle Ferrovie. Sindaci protestano con la Regione

Quasi una beffa. Anni di lavori per il raddoppio della linea ferroviaria tra Montecatini e Pistoia con la promessa di maggiori collegamenti con Firenze e anche più veloci. Ed invece… All’improvviso è avvenuta la soppressione della corsa delle 6:48, che in 40 minuti appena collegava Montecatini Terme a Firenze.
Dalla parte dei molti pendolari si sono schierati i sindaci Claudio Del Rosso e Simona De Caro, che hanno inviato un segnale forte alla Regione e a Trenitalia. “Le nostre comunità – ricordano Del Rosso e De Caro – hanno sopportato sei anni di lavori per il raddoppio della linea ferroviaria, con sospensioni dei treni, modifiche agli orari, ritardi e disagi quotidiani”.
Ed aggiungono: “La cancellazione del convoglio delle 6.48 ha eliminato un servizio finalmente competitivo per tempi di percorrenza e regolarità, un treno utilizzato da oltre cento persone ogni giorno solo da Montecatini, a cui si sommano i flussi di Monsummano. Un treno che ha funzionato – sottolineano i sindaci – e ha convinto nuovi cittadini a scegliere il trasporto pubblico”.
Quali sono le alternative? “Il treno delle 6.20 – spiegano Del Rosso e De Caro – impiega circa 1 ora e 10 minuti per un tragitto che potrebbe essere coperto in 40 minuti; il treno delle 6.56 è frequentemente soggetto a ritardi. Quello delle 7.04 arriva a Firenze troppo tardi per molti lavoratori e studenti, con una percorrenza di oltre un’ora e risulta spesso soppresso”.
La conclusione è rivolta in particolare alla Regione: “Invitiamo l’assessore Filippo Boni a venire in Valdinievole a fare un sopralluogo per vedere quanto è necessario per questo territorio, dove vivono 150mila persone, e introdurre nuovi treni veloci e non sopprimere quello più adatto.”

Come ogni settimana, ho cercato nel web e sui giornali altre storie per chi voglia leggere ma soprattutto per chi voglia riflettere.
Buona domenica a tutti quelli che ci seguono

(Mauro Lubrani)

Le guerre dell’America, un paese poco felice

Quando stavo a New York la città non era ancora stata ferita dall’ orribile attacco dell’ 11 settembre e le Torri gemelle spiccavano snelle e potenti nel panorama di Downtown, ma non per questo, anche allora, l’ America era un Paese in pace con se stesso e col resto del mondo. Da più di mezzo secolo gli americani, pur non avendo mai dovuto combattere a casa loro, non hanno smesso di sentirsi, e spesso di essere, in guerra con qualcuno: prima col comunismo, con Mao, con i guerriglieri in Asia e i rivoluzionari in America Latina; poi con Saddam Hussein e ora con Osama bin Laden e il fondamentalismo islamico. Mai in pace. Sempre a lancia in resta. Ricchi e potenti, ma inquieti e continuamente insoddisfatti.
Un giorno, nel New York Times mi colpì la notizia di uno studio fatto dalla London School of Economics sulla felicità nel mondo. I risultati erano curiosi: uno dei Paesi più poveri, il Bangladesh, risultava essere il più felice. L’ India era al quinto posto. Gli Stati Uniti al quarantaseiesimo!
Una guerra a cui non ero abituato, essendo vissuto per più di venticinque anni in Asia, era la guerra dei sessi, combattuta in una direzione soltanto: le donne contro gli uomini. Seduto ai piedi di un grande albero a Central Park, le stavo a guardare. Le donne: sane, dure, sicure di sé, robotiche. Prima passavano sudate, a fare il loro jogging quotidiano in tenute attillatissime, provocanti, con i capelli a coda di cavallo; più tardi passavano vestite in uniforme da ufficio – tailleur nero, scarpe nere, borsa nera con il computer – i capelli ancora umidi di doccia, sciolti. Belle e gelide, anche fisicamente arroganti e sprezzanti. Tutto quello che la mia generazione considerava «femminile» è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini.
Tiziano Terzani

Social: per proteggere i ragazzi dobbiamo tornare anche a educarli

Il divieto di social network per gli adolescenti inaugurato lo scorso 10 dicembre in Australia continua a interpellare i governi di tutto il mondo, in particolare quelli europei. Dopo la Danimarca, anche Francia, Inghilterra e Grecia vorrebbero muoversi nella direzione di decisioni più drastiche, annunciate per i prossimi mesi. Intanto questa settimana a battere un colpo ha pensato l’Unione Europea, spiegando che entro fine anno sarà pronta la sua app di verifica dell’età per l’accesso ai siti. Si tratta di una svolta, perché finora proprio la tecnologia utile per bloccare materialmente l’accesso dei minori mancava al Vecchio Continente, complici i molti cavilli legati alla normativa sulla privacy. E l’Italia? Nel nostro Paese esistono diverse proposte di legge in materia, ma per ora nessuna è ancora stata presa davvero sul serio dal Parlamento e dal governo. A farsi strada c’è un modello alternativo, quello dei “Patti digitali”, di cui ha scritto su AvvenireStefania Garassini. Massimo Calvi ha invece fatto una riflessione più ampia sul ruolo dello smartphone, a cui troppo spesso viene attribuita ogni responsabilità per il disagio delle nuove generazioni, come se bastasse individuare un colpevole tecnologico per mettere ordine a inquietudini che hanno radici ben più profonde. Il suo ragionamento invita a guardare oltre la superficie degli schermi, dentro una trasformazione culturale ed educativa che precede l’arrivo dei telefoni nelle mani dei ragazzi.
Avvenire, 18 aprile 2026

Cicloturismo in Italia, 49 milioni di presenze

Circa 49 milioni le presenze cicloturistiche nel nostro Paese nel 2025 per un turismo che porta sui territori 6,4 miliardi di euro. Sono i dati di Viaggiare in bici 2026, l’ultimo rapporto sul cicloturismo in Italia realizzato da Isnart-Unioncamere per l’Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di Commercio in collaborazione con Legambiente, presentato a fine marzo. Lo studio è frutto delle oltre 30.000 interviste a turisti italiani e stranieri ed ha incluso viaggiatori con soggiorni di almeno due notti in strutture alberghiere, extra-alberghiere e abitazioni private, rilevati in tre periodi dell’anno, primavera, estate e vacanze natalizie. L’indagine analizza le caratteristiche dei turisti, le motivazioni di scelta della destinazione, le attività svolte, i comportamenti di consumo e la valutazione dell’esperienza di vacanza in Italia.Per il cicloturismo sono stati considerati i turisti che hanno indicato l’andare in bicicletta come principale motore del soggiorno o come attività prevalente. In totale, sono stati oltre 2.000 gli intervistati nei tre periodi di rilevazione, che si sono rivelati appassionati alle vacanze in bici con varie differenze di attenzione verso i soli percorsi immersi nel verde, verso la scoperta del patrimonio artistico e culturale, verso le eccellenze enogastronomiche nei vari territori in Italia. Dunque i cicloturisti combinano l’esperienza in sella con la scoperta delle bellezze e singolarità delle Penisola, a conferma che la bicicletta è un attivatore di turismi che, dunque, richiede un sistema di offerta integrata e multiprodotto. L’analisi mostra, infatti, che il mercato italiano del noleggio bici si orienta verso un modello multi-sede in un contesto in cui il numero di imprese attive nel comparto resta consolidato, i punti di servizio, le cosiddette unità locali, crescono del 47 per cento, segnalando un rafforzamento dell’offerta e della sua articolazione territoriale come risposta di mercato ad una domanda in costante crescita. (Per leggere l’articolo completo clicca qui)
Patrizia Varone – Corriere della Sera / Clima e ambiente, 15 aprile 2026

Sulla Luna un cratere di nome Carroll

La Terra, parzialmente nascosta dal profilo della Luna, fotografata attraverso il finestrino della capsula Orion / NASA    

Da qualche giorno c’è un cratere sulla Luna di nome Carroll. L’ha chiamato così Reid Wiseman, il comandante della missione Artemis II che ha riportato l’uomo in orbita attorno alla Luna, in memoria della moglie scomparsa nel 2020. Lei, Carroll, era un’infermiera, aveva 46 anni quando ha scoperto d’essere malata di cancro e ha fatto di tutto perché Reid non rinunciasse alla sua carriera come lui, invece, voleva fare per starle vicino e per occuparsi delle loro due bambine. La storia è diventata presto un collante tra i membri dell’equipaggio, tanto che al momento del “battesimo” del cratere i quattro si sono uniti in un abbraccio commovente, collegati con la Terra, dove la famiglia di Reid ha osservato un minuto di silenzio.
La Nasa ha un programma molto scrupoloso dedicato alle famiglie degli astronauti, che devono fare i conti con un’esperienza di separazione e di riavvicinamento decisamente fuori dall’ordinario. Mogli e mariti si sono conosciuti nel corso dei mesi, hanno partecipato a incontri e riunioni pensate per consentire loro di sostenersi durante la missione; ai figli, bambini e ragazzi, è stato permesso di osservare da vicino la navicella Orion e sono stati spiegati i diversi passaggi del viaggio, senza nascondere i suoi enormi rischi (anche quello, scongiurato venerdì notte, di non fare ritorno).
La verità di ogni esplorazione, d’altronde, è che anche quando ci si spinge lontanissimi, oltre i confini conosciuti, quello che resta fermo e che ci tiene ancorati è sempre ciò che amiamo. La famiglia, mettila così, è un po’ la nostra free-return trajectory: la rotta sicura che ci permette di allontanarci, di crescere, di esplorare il mondo, sapendo che c’è sempre un luogo verso cui tornare. 
Che bello guardarlo da lontano, come abbiamo guardato la Terra nelle immagini straordinarie scattate da Artemis, accorgendoci che in fondo è stata proprio lei la vera protagonista del viaggio. 
Avvenire /Newsletter Sofia, 12 aprile 2026

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