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Vaccino in Toscana nel primo Ottocento, quando quello del vaiolo era “obbligatorio”

Vaccino in Toscana nel primo Ottocento, quando quello del vaiolo era “obbligatorio”

Le discussioni di vario genere, televisive, giornalistiche, salottiere e alla fine anche scientifiche sulla pandemia, i suoi effetti e la sua pericolosità, ci stanno bombardando ormai da quasi due anni. Niente di nuovo sotto il sole. I media hanno soprattutto rammentato la famosa “spagnola” di un secolo fa che fece, si dice, cinquanta o addirittura cento milioni di morti.
Ma le discussioni sulle varie epidemie, sui rimedi e poi, dopo che il medico inglese Jenner ebbe l’intuizione del virus vaccino alla fine del ‘700, anche sull’uso di questo farmaco. Ognuno ha detto la sua e in ogni paese si emettevano disposizioni chiarificatrici sulla applicazione e le modalità della somministrazione del virus vaccino, e anche sui comportamenti obbligatori da tenere in corso di epidemia. Qui vorremmo proporre qualche piccolo accenno alla Toscana dell’inizio del XIX secolo.

Ritratto di Edward Jenner di Berkeley (1749-1823) è stato quel medico inglese che iniziò come attivo inoculatore per scoprire poi che il vaiolo delle vacche introdotto nell’uomo lo immunizzava dal pericolosissimo vaiolo umano

In Toscana la pratica del vaccino Jenner ebbe un’applicazione ritardata, benché già nel 1801 Giovanni Fabbroni ne avesse esaltato i vantaggi all’Accademia dei Georgofili e nonostante il Collegio Medico Fiorentino avesse proposto di estenderla ai trovatelli fin dal 9 agosto 1798.  Fu così solo dal giugno 1801 che lo Spedale degli Innocenti dette facoltà di sperimentare l’inoculazione sui bambini affidati all’istituto, con esito per il momento negativo. La sperimentazione proseguì comunque in diverse città della Toscana, per merito di Giacomo Barzellotti a Siena e soprattutto di Luigi Biagini a Pistoia, il quale continuava dal settembre 1804 gli esperimenti dell’inoculazione sugli esposti dello spedale di quella città, dal momento che “essendo la Toscana un paese non di entusiasmo, ma di calcolo, era mestieri moltiplicare le prove per indurre nei cittadini la convinzione della utilità della scoperta”.  Gli esiti furono molto positivi e la inoculazione definita jenneriana “camminò speditamente, accettata eziandio dagli agricoltori”, in virtù dell’aiuto prestato da parroci e possidenti terrieri.

Bisogna ricordare che la Deputazione Centrale sugli spedali e Luoghi Pii del Granducato avrebbe poi comunicato nel 1822 come fosse opportuno “procurata la conservazione del Virus Vaccino, e divenuto facile il modo d’ottenerlo a chiunque ami di profittarne, venga a conseguirsi l’intento di rendere più facile ed estesa la pratica della Vaccinazione a tutela della pubblica salute”. Ognuno quindi avrebbe potuto farsi praticare l’inoculazione in tutti gli spedali della Toscana (compreso Pistoia e Pescia) “in certi giorni da destinarsi gratuitamente dai professori secondo le regole dell’arte”. Anche i medici e chirurghi condotti avrebbero dovuto effettuare l’inoculazione. 

Ma è l’ultima, cogente norma della Toscana di allora quella che ci pare di particolare modernità, perché prevedeva l’impossibilità di ricevere in collegi e stabilimenti pubblici “ove sia Convitto di Giovani dell’uno e dell’altro sesso, alcun Giovane o altra persona, se non giustifichi d’aver avuto il Vaiolo o se, non avendolo avuto, non si determini preventivamente a farsene l’inoculazione”.

Non sembrano le disposizioni di un Decreto fatto ieri mattina? Ovviamente allora tutti pensavano bene di adeguarsi alla normativa, come diremmo oggi, e infatti le epidemie, compatibilmente con l’igiene e la profilassi, erano contenute almeno negli esiti più letali. Saremo meno accorti dei nostri lontani progenitori? Confido che alla fine la ragione prevarrà e le vaccinazioni continueranno con successo.

Roberto Pinochi

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