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Parole della domenica, quando la televisione era di casa a Montecatini

Parole della domenica, quando la televisione era di casa a Montecatini

C’era una volta la televisione, che aveva preso casa a Montecatini Terme. Ogni primavera (per circa dieci anni) la grande ammiraglia di Rai Uno arrivava a Montecatini e si insediava al Teatro Verdi, che diventava per alcuni mesi un vero e proprio studio televisivo esterno.
Si preparava il varietà “Serata d’Onore” con Super-Pippo Baudo padrone di casa (nella foto homepage con Adriano Celentano e un giovanissimo Jovanotti), ma, in alcune stagione, si approfittò di questa struttura Rai in trasferta per abbinare al varietà anche trasmissioni come “Domenica in” e “Linea verde”.
Ogni settimana milioni di persone si collegavano con Montecatini e l’ingresso del teatro Verdi era diventato un punto di riferimento per i selfie dei turisti (ma ancora non si chiamavano selfie).
Poi, si cominciò a pensare che l’iniziativa era troppo onerosa per la città, anche se la quasi totalità dei costi tornavamo in tasca agli albergatori per i soggiorni delle decine e decine di persone della carovana, ad altri negozi e locali. Il ritorno di immagine per Montecatini era sicuramente enorme, ma allora non si pensò che rinunciarvi poteva essere un errore. C’era un po’ di stanchezza da entrambe le parti e così la bella avventura si concluse.
Le parole di questa domenica – come al solito cercate e trovate nel web e nei giornali – sono dedicate alla acuta riflessione di Renzo Piano all’inaugurazione del nuovo ponte di Genova e all’inglese improvvisato da troppe categorie di persone nel nostro Paese.
Parole che vogliono consentirci qualche minuto di riflessione come ogni settimana.
Buona domenica.
(a cura di Mauro Lubrani)

RENZO PIANO E IL PONTE FRUTTO DEL LUTTO

L’archietto Renzo Piano sul ponte da lui progettato

È un ponte frutto di un lutto. Il lutto non si dimentica, il lutto si elabora. Qui ci siamo smarriti e qui ci ritroviamo per ringraziare chi ha costruito il ponte con rapidità. Mi auguro che il ponte sia amato. Essere amati nella tragedia non è facile, ma credo che sarà amato perché è semplice e forte come Genova.
È stato il più bel cantiere che abbiamo avuto in vita mia, anche se siamo sospesi tra il cordoglio della tragedia e l’orgoglio di aver ricostruito il ponte. 
Si è parlato di miracolo, ma non c’è stato nessun miracolo. Semplicemente il Paese ha mostrato la sua parte buona. È un ponte di luce, da qui chi viene dal Nord vede la luce che arriva dal mare. Penso al poeta Giorgio Caproni che definisce ‘Genova di ferro e di vento’. Vorrei che questo ponte venisse visto così, forgiato nel vento.
(…) Dobbiamo riconoscenza per tutti coloro che hanno lavorato al ponte e chi lavora alla fine della fatica si aspetta una perla: la perla è la riconoscenza.
Qui siamo sospesi tra tragedia e orgoglio e riconoscenza, ma non parliamo di miracolo, qui è successa una cosa bella per il Paese. Costruire è una magia, i muri non vanno costruiti, i ponti sì. E farlo è bellissimo, è un gesto di pace. Anche questo cantiere è magia, un cantiere in cui su tutto prevalgono solidarietà, passione, amore. Ora il ponte è vostro, lunga vita al ponte.

L’INGLESE IMPROVVISATO (NON SOLO DAGLI AUTISTI DEL LAZIO)

Beppe Severgnini, giornalista de “Il Corriere della Sera”

E così i candidati-autisti avrebbero millantato una buona conoscenza della lingua inglese per superare il concorso e ottenere il posto. Cinquantacin-que su settantuno, per l’esattezza. La Cotral — azienda regionale dei trasporti nel Lazio — sospetta che i candidati abbiano acqui-stato un certificato di conoscenza avanzata della lingua straniera, senza conoscerla. Alle domande in inglese della commissio-ne — che comprendeva anche un madrelingua –—molti hanno fatto scena muta. L’azienda dei trasporti regionali sta preparando azioni legali, perciò la questione è seria. Ma devo confessarlo: in questi giorni caldi d’agosto — un’estate ansiosa dopo una stranissima primavera — la vicenda suscita quasi tenerezza. Profuma di passato prossimo. Quanti ne abbiamo conosciuti di italiani che fingono di sapere l’inglese? Un’interpretazione magistrale l’ha fornita Alberto Sordi («Un americano a Roma»). Ma anche Totò, Adriano Celentano e metà delle commedie all’italiana hanno raccontato questa serena incoscienza. L’inglese si orecchia, l’inglese si tenta, l’inglese s’inventa. L’inglese si dà per conosciuto. E l’arte cosa ha fatto, se non imitare la vita? Quante volte ci è accaduto di scoprire che un collega o un amico ignora l’inglese, sebbene si vantasse di conoscerlo? Bastano una cena, un viaggio, una telefonata, ultimamente una videochiamata: e la verità viene fuori. Quella persona non sa l’inglese. La politica non è stata da meno. Ministri degli Esteri, ministri della Cultura e presidenti del Consiglio — anche in anni recenti — hanno dato spettacolo. Internet è pieno di siparietti esilaranti; protagonisti, i nostri rappresentanti.

Beppe Severgnini – dal “Il Corriere della Sera” del 8 agosto 2020

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