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Parole della domenica per riflettere: Tettuccio, una riapertura di speranza; Italia unita per Zanardi

Parole della domenica per riflettere: Tettuccio, una riapertura di speranza; Italia unita per Zanardi

Se esiste una speranza per Montecatini di uscire dal tunnel della crisi, questa viene alimentata dalla riapertura dello stabilimento Tettuccio. E’ il monumento-simbolo della città, candidato da tempo a entrare tra i siti dell’Unesco. Gran parte degli alberghi sono ancora chiusi, ma il Tettuccio che riapre i suoi storici ambienti è un segnale importante. Sulla sua scia altri imprenditori seguiranno la strada del coraggio.
Ed è fatta di coraggio e di tanta forza la vita di Alex Zanardi, che per la seconda volta è costretto a una sfida che solo uno come lui può vincere. Gli auguriamo di applicare la sua regola dei “Cinque secondi”: «Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più».
Le parole di questa domenica si occupano ancora di una triste vicenda: il suicidio di Sarah Hijazi, attivista egiziana arrestata e torturata per avere sventolato una bandiera arcobaleno ad un concerto.
Il nostro viaggio continua con articoli cercati e trovati nel web e nei giornali. Per riflettere appunto.
Buona domenica.
(a cura di Mauro Lubrani)

IL PAESE DIVISO, ALEX ZANARDI LO UNISCE

Alex Zanardi vittima di un grave incidente stradale con la sua handbike venerdì 19 Giugno nelle vicinanze di Siena

Il nostro è un Paese che da sempre si divide su tutto. Ama litigare su tutto. Eppure in queste ore non c’è un solo italiano che non faccia il tifo per Alex Zanardi perché la medicina lo restituisca alla vita. A ribadire che ciò che unisce non è il potere, il denaro e nemmeno la fama ma la volontà, il senso del sacrificio, il non arrendersi al  destino nemmeno quando il dolore sembra sopraffarti.  Tutta roba che Alex assomma in sé come pochi altri.

Stefano Cecchi – giornalista (da un post su Facebook de 20 Giugno 2020)

IL SUICIDIO DI SARAH TORTURATA PER UNA BANDIERA

La foto la ritraeva felice, sventolare l’arcobaleno. Sarah Hijazi, attivista egiziana per i diritti Lgbt, per quella foto era stata arrestata, poi torturata. Sarah si è suicidata. Nel biglietto d’addio ha scritto: «Perdonatemi, non resisto più».
Una frase per i fratelli: «Ho tentato di trovare riscatto e non ci sono riuscita». Un’altra per gli amici: «L’esperienza è stata dura e sono troppo debole per resistere». L’ultima, nella mano una biro tremolante, riservata al mondo: «Sei stato crudelissimo. Ma io ti perdono». Incarcerata e torturata un anno intero, esiliata e disperata negli ultimi due, non l’ha salvata nemmeno la tranquilla casetta in Canada che le avevano dato come rifugio politico, dopo un’accesa campagna internazionale per la sua liberazione: a 30 anni, nel corpo le cicatrici delle continue «ispezioni corporali» e degli stupri senza fine subìti dalla polizia egiziana, nella memoria le ferite delle minacce e delle derisioni sopportate al Cairo, sul tavolo della cucina canadese un semplice biglietto d’addio, Sarah Hijazi l’ha fatta finita. «Il cielo è più dolce della Terra! — aveva avvertito in un post su Facebook — E io voglio il cielo, non la Terra!». Sarah sognava un cielo pieno d’arcobaleni e nel settembre 2017 le era bastato sventolare una bandiera per i diritti Lgbt, a precipitarla nei sotterranei che ingoiarono Giulio Regeni, nell’inferno che sta vivendo Patrick Zaki.

Francesco Battistini – da “Il Corriere della Sera” del 16/6/2020

E’ ANCORA PRESTO PER VOLTARE PAGINA

È ancora troppo presto per lasciarsi tutto alle spalle anche se la tentazione è forte. Abbiamo tutti voglia di tornare a vivere, voglia di dimenticare il dramma dei mesi passati, i morti, il lockdown, le giornate lugubremente scadenzate dai bollettini della protezione civile, le mille trasmissioni che si susseguivano ossessivamente su qualsiasi canale televisivo sui danni della pandemia. Siamo stati esasperati dalle quarantene chiusi in casa, abbiamo provato angoscia per l’assordante rumore delle sirene nel cupo silenzio delle città, abbiamo sperimentato gli effetti del clima di solitudine e tristezza collettiva del Paese, ma non è ancora giunto il momento per voltare completamente pagina. Il virus circola ancora, non se ne è andato, purtroppo è ancora tra noi.

Sergio Harari – da “Il Corriere della Sera” del 14/6/2020

ANCORA SULLA STATUA DI MONTANELLI

Agnese Pini – Direttrice de “La Nazione”

‘Nessuno ha visto tutto, vi dirò solo quello che ho visto io e scusate se vi parrà poco’. Così scriveva Montanelli nelle sue corrispondenze dall’Ungheria, 1956. Fra le sue frasi è quella che amo di più, un vero manifesto della professione giornalistica. Ora: abbattere o imbrattare la sua statua è barbaro e violento almeno quanto le accuse a lui mosse. Ma per progredire davvero in un dibattito partito dalla battaglia mondiale contro l’odio razzista (e ridottosi nella nostra piccola Italia a una vile polemica su un giornalista) occorre chiedersi: come si può davvero migliorare l’umanità? Non sminuendo, come in molti commenti che ho letto, le colpe di Montanelli, che nel 1935 aveva tutti gli strumenti etici e intellettuali per sapere che comprare e stuprare una bimba di 12 anni era disumano.
Montanelli non era né un santo, né un eroe. Era solo un giornalista, ma è stato in questo mestiere il più grande, perciò merita la sua statua. E scusate se vi parrà poco.

Agnese Pini – Direttrice de “La Nazione” (14/6/2020)

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