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Le parole della domenica al tempo del virus: un secolo fa l’epidemia della “Spagnola” e un ricordo di Aldo Moro

Le parole della domenica al tempo del virus: un secolo fa l’epidemia della “Spagnola” e un ricordo di Aldo Moro

Sapremo in questa settimana i primi effetti della “fase due”. Una prima ripresa lavorativa ha inevitabilmente riportato tante più persone in movimento, la riapertura di parchi e giardini ha indotto a frequentare gli spazi verdi dopo due mesi di mancata libertà.
La preoccupazione, a livello di scienziati, è molta, anche perché cresce la pressione da più parti per un anticipato “liberi tutti”.
Il rischio è quello di un possibile aumento di contagi e quindi a nuove chiusure e a rallentamenti verso la “fase 3”. La speranza è che questo non avvenga.
Oggi ho scelto un approfondimento sulla pandemia della “Spagnola”, che, proprio un secolo fa, fece tantissime vittime in Italia e nel mondo. Senza dimenticare un pensiero ad Aldo Moro: il 9 Maggio, infatti, ricorreva il 42* anniversario del suo barbaro assassinio. Il suo ricordo è legato ad un’immagine di una sua visita a Montecatini Terme.
Poi, ho continuato a cercare – nel web e fuori – parole che possano farci riflettere sul periodo buio che stiamo affrontando. Buona domenica.
(a cura di Mauro Lubrani)

«Il 9 maggio è il giorno in cui Aldo Moro venne ucciso. La barbarie brigatista giunse allora all’apice dell’aggressione allo Stato democratico. Lo straziante supplizio a cui Moro venne sottoposto resterà una ferita insanabile nella nostra storia democratica».

Sergio Mattarella – Presidente della Repubblica

1918: L’EPIDEMIA TERRIBILE DELLA “SPAGNOLA”

Umberto Canovaro

L’anno 1918 fu segnato negativamente, oltre che dall’epilogo della Grande Guerra, anche dalla più grossa epidemia moderna, forse dai tempi della peste manzoniana del 1630. Questa pandemia prese il nome non tanto dalla nazione in cui si era sviluppata per prima, quanto da quella che diede la prima informazione. La Spagna infatti, non essendo scesa in guerra, non aveva i problemi di censura delle altre, che invece cercavano di contenere e filtrare le notizie negative fra i popoli europei, già stremati e depressi dalle conseguenze di una guerra letale. In Europa, si presume, fu con ogni probabilità portata dalle truppe americane che sbarcarono sul Vecchio Continente, ed il primo focolaio pare si ebbe in un centro di addestramento militare del Kansas, a Camp Funston. Partito da lì, il contagio si diffuse in maniera pressoché totale in tutte le nazioni, anche a causa delle grandi mobilitazioni di truppe, che attraversavano i villaggi di tutta Europa, e chiaramente, per le scarse condizioni igieniche che ne costituirono terreno fertile (si pensi solo ai disagi di non avere acqua pulita in via continuativa nelle case).  

Ma sicuramente, almeno all’inizio ci fu una grande sottovalutazione del fenomeno, unito al fatto che comunque non si comprese che ci si trovava ad una epidemia virale del tutto nuova, rispetto a malattie e morbi già esistenti e conosciuti come  tifo e colera, che pur infestavano i popoli di quelle epoche. La mancanza di medicinali, l’assenza di antibiotici, le scarse condizioni igieniche generali, provocarono una pandemia di dimensioni planetarie ed il morbo si espanse dall’America all’Europa, all’Asia e perfino in Australia: nessuna terra fu risparmiata, e i contagi, che si svilupparono alla velocità della luce, si calcolano da alcuni esperti-che peraltro non concordano sulle cifre ufficiali- in circa 500 milioni di contagi: un terzo della popolazione del Globo, con una mortalità calcolata di circa 21 milioni di persone.

Percentuali di decessi per 10mila abitanti

Per rimanere in Italia, si parla di cifre che se paragonate a quelle stimate per i morti del primo conflitto mondiale, 650 mila, danno la dimensione del fenomeno: chi parla di 375 e chi di 600 mila decessi, con una letalità media di circa il 2% ( ma con picchi del 18 in alcune zone). Ed in uno spazio temporale veramente contenuto. Infatti, si calcola che la prima ondata nella quale il virus si manifestò, si ebbe fra il marzo e l’aprile di quell’anno, con effetti virulenti non particolarmente importanti; poi il “picco” diminuì, attestandosi su livelli di salvaguardia per tutta l’estate. Ma fu immediatamente dopo, fra il settembre ed il novembre, che si ebbe la vera strage. La tabella riassuntiva che sta a corredo, ci dice quanti lutti, quanta sofferenza per la nostra popolazione: dal nord al sud, alle isole, tutti piansero morti. Mia nonna, ventiquattrenne all’epoca, che viveva all’Isola d’Elba, e che è stata la musa ispiratrice del mio pamphlet, da piccino mi raccontava (in dialetto isolano) che “moriveno come le mosche”!
L’ultima ondata, fu agli inizi dell’anno successivo, ma fu meno violenta. Comunque, gli effetti nefasti di questo morbo pare che perdurarono a tutto il 1920, e si scuserà l’incertezza dovuta anche alla difficile statistica e classificazione delle morti. I più colpiti, furono gli individui al disotto dei 40 anni; si dice, perché i più anziani, avevano sviluppato anticorpi in una pandemia precedente nel 1889 (c.d. influenza russa).

Ma quali effetti sul fisico provocava la Spagnola? Si cominciava con disturbi gastroenterici, oppure forti encefaliti, con febbre che poteva toccare i 39 – 40 gradi, accompagnata da vomito, perdita di sangue dal naso, colorazione bluacea della pelle a causa della mancata ossigenazione polmonare: la <<fame d’aria>>, dovuta alla sopravvenienza di pleuriti con emissioni sanguinolente, o broncopolmoniti con soffocanti catarri; ed ancora, possibili degenerazioni renali ed epatiche. Un quadro clinico estremamente complesso, difficile da curare. Subito si saturarono gli ospedali, e dovettero essere adibite all’uopo scuole, teatri ed altre unità che consentivano spazi ed isolamento. Sì, perché come oggi per il COVID19, l’unico sistema che assicurava un po’ di sicurezza dal contagio, era anche allora il distanziamento sociale. Si chiusero bar, ristoranti, teatri, cimiteri ed ogni luogo aperto al pubblico. Si raccomandò di adottare le massime misure igieniche e di stare a casa. Anche in quell’occasione, ci furono molti decessi fra il personale medico e sanitario, che già scarseggiava per essere stato destinato con molte unità al fronte. E ci furono difficoltà anche per le esequie ai morti, che nessuno voleva seppellire. E tante proteste perché alle miserie portate dalla guerra, si aggiungeva la fame portata dalle attività chiuse. Un quadro socio – economico, quindi, molto simile a quello di oggi e molto attuale. Ma passò, passò anche quella. E il sole, tornò a splendere sul mondo.

Umberto Canovaro   –   1918: La Febbre Spagnola. Ricerca storica sui territori di Piombino e Isola d’Elba. Tipografia Rossi, Piombino, 2019.
Umberto Canovaro è Ispettore Onorario alla Soprintendenza Archivistica per la Toscana e Presidente dell’Accademia di Studi Storico Giuridici sull’Antico Stato di Piombino ” Pietro Calefati”.

IMPARIAMO AD ASCOLTARE DI PIU’

Fra Federico Russo

“Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce” (Gv 10,3-4).
Quella del buon pastore è una parabola antipopulista. Il buon pastore ama le pecore, non ama la popolarità. Cammina davanti, tracciando lui la strada, non insegue il consenso. I veri maestri, ad un certo punto, devono fare scelte impopolari, altrimenti i discepoli non potrebbero crescere. È quello che ha fatto Gesù. Quando Pietro, portavoce del sentimento popolare, voleva convincerlo a cambiare strada, lui ha tirato dritto. Oggi poi dobbiamo anche domandarci quale sia la voce che merita di essere ascoltata. Internet ha messo tutte le voci sullo stesso piano, mescolandole tra loro. Leggiamo, l’una di seguito all’altra, la voce del papa e quella di un blogger fanatico, la voce di uno scienziato e quella di un ciarlatano. La maggior parte poi sono voci di tante persone comuni che in genere amano più la certezza del dubbio e tendono a pontificare oltre il dovuto (tra queste mi ci metto anch’io). Forse dovremmo imparare ad ascoltare di più, e ad ascoltare la voce giusta. Buona domenica.

Fra Federico Russo – musicista e scrittore

PARSI. TRE SCENARI PER IL DOPO COVID

Vittorio Emanuele Parsi è un politologo
e editorialista italiano

La pandemia trasformerà le nostre società? Non sono i dieci giorni che sconvolsero il mondo, secondo il titolo ormai celeberrimo del reportage sulla Rivoluzione d’Ottobre di John Reed, ma il SARS–CoV–2 potrebbe anche essere un involontario agente di cambiamento geopolitico ed economico. Per ora ci costringe in un assedio dagli esiti imprevedibili. Tanto che il futuro pare difficilmente scrutabile. Ci ha provato coraggiosamente un politologo e analista acuto come Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano, dove dirige l’Alta scuola Aseri. Lo ha fatto con un agilissimo pamphlet pubblicato in ebook da Piemme, Vulnerabili: Come la pandemia cambierà il mondo. Tre scenari per la politica internazionale (pp. 76, euro 2,99, su tutti i siti librari).

Professor Parsi, qual è la vulnerabilità del nostro modo di vivere che il virus ha messo a nudo?
«Quella di una interdipendenza costruita senza considerare che, in qualunque sistema, la resilienza dell’elemento più fragile “detta” quella dell’intero sistema: e il fattore umano è sempre il più vulnerabile. Non è per nulla paradossale che la globalizzazione sia stata sospesa non da un virus informatico, ma da un virus biologico. Da circa quarant’anni viviamo in un mondo in cui tutto ciò che è mobile e dematerializzato ha acquisito un valore crescente e ha finito con il comprimere i diritti dell’essere umano e sminuirne la centralità. Il vero paradosso è che il culto per la dematerializzazione è l’ultima e più sottile forma di materialismo».

È molto interessante il caso dell’evento 201 (una recente simulazione di pandemia) che lei cita. Quanto abbiamo sottovalutato il rischio di una pandemia? E perché, a suo parere?
«I segnali erano insistenti e convergenti. Abbiamo corso il rischio pandemia globale con la Sars, l’ebola, le diverse forme di influenza aviaria. Attrezzarsi per essere in grado di fronteggiare una simile eventualità avrebbe significato investire denaro in una serie di misure non immediatamente profittevoli, il cui rendimento andava valutato sul lungo periodo. Una soluzione difficile in un sistema economico in cui “qui e subito” è diventata la logica prevalente. L’iperfinanziarizzazione dell’economia ha favorito questa deriva e ha comportato anche un progressivo sbilanciamento dei rapporti di potere tra i molti e i pochi. Qualcosa che si è tradotto nella perdita di efficacia della democrazia come strumento per contenere gli effetti politici della disuguaglianza».

Lei propone tre scenari per il dopo–Covid. Ce li può illustrare? Il primo è quello della Restaurazione…
«Nel quale, esattamente come avvenne nel 1815, prevarrà l’illusione di poter tornare a ricostituire l’ordine del sistema politico ed economico (tanto domestico quanto internazionale) “come se” quello della pandemia fosse stato un lungo, drammatico incidente di percorso. La competizione per la leadership tra Usa e Cina continuerebbe e la Ue sopravvivrebbe, tornando a una visione “budgettaria” della politica. I regimi politici interni accentuerebbero la loro dimensione tecnocratica spingendo alla demobilitazione politica».

Nello scenario della Fine dell’impero vede meno democrazia e la fine della Ue. Per quale motivo?
«Perché se la Ue non fosse in grado di “fare la differenza” neppure nella pandemia, se fallisse la sfida della solidarietà e della condivisione per la terza volta in 10 anni, il suo destino politico sarebbe segnato. Tanto più in uno scenario caratterizzato dal passaggio a un mondo chiuso in sfere di influenza politiche ed economiche, sempre più impermeabili, dove nessuno eserciterebbe una leadership globale e il multilateralismo svanirebbe. Ci sarebbe un forte rimbalzo nella direzione del sovranismo populista che travolgerebbe la Ue. Avremmo regimi leaderistici a mobilitazione politica dall’alto».

Nello scenario ottimistico del Rinascimento si riducono globalizzazione e diseguaglianze: come potrebbe accadere?
«L’impatto devastante della pandemia negli Stati Uniti associato all’appuntamento elettorale di novembre consentirebbe di cambiare il senso di cosa si ritiene “normale”. Le grandi crisi, come dopo il 1929 o dopo la Seconda guerra mondiale, offrono le sole vere straordinarie opportunità di cambiamento. E non dimentichiamo che anche l’attuale fase neoliberale prese avvio con la crisi degli anni 70 del Novecento. Per la loro centralità nel mondo attuale, associata al fatto che restano un sistema pluralistico in cui l’opinione pubblica “conta”, negli Stati Uniti si potrebbe ancora innescare il cambiamento. E le idee per realizzarlo sono in circolazione da 30 anni…»

Sarebbe anche uno scenario di minore ricchezza?
«No. Sarebbe un mondo più equo e meno disuguale. Più ricco semmai, perché più solido, resiliente. Sarebbe un mondo capace di concepire che l’equipaggio non è solo la componente più vulnerabile della nave, ma anche quella essenziale e insostituibile. Senza equipaggio, una nave è solo un vascello fantasma alla deriva».

Andrea Lavazza – giornalista (da Avvenire.it del 6 Maggio 2020)

Foto homepage: Aldo Moro in visita a Montecatini Terme allo stabilimento Kartos di Francesco e Deda Pancioli

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