Parole della domenica, Pistoia “capitale italiana del libro”: un esempio da seguire da Montecatini per rilanciare il suo turismo
E’ iniziato ieri il programma di Pistoia Capitale italiana del libro 2026. «Pistoia: l’avventura del leggere, il coraggio di costruire il futuro» è il titolo del progetto con cui la città toscana è diventata Capitale italiana del libro 2026 su iniziativa voluta dal Ministero della Cultura per promuovere la lettura e la letteratura.
La cerimonia ufficiale di apertura è avvenuta ieri al Teatro Manzoni dove è stato presentato il programma delle iniziative del progetto che mette a sistema biblioteche, scuole, librerie e associazioni. In tutto saranno più di 1.500 appuntamenti tra parchi, frazioni di montagna, botteghe, ambulatori pediatrici. Il momento centrale della cerimonia è stato affidato a Aldo Cazzullo che ha tenuto una lectio magistralis dal titolo «Francesco e Dante, nascita di una nazione».
Questo per dire che bisogna volare alto se si vuole emergere a livello nazionale. Montecatini, in attesa di ritrovare un proprio prodotto turistico all’altezza della sua fama e del riconoscimento Unesco, deve imboccare la strada di eventi di grande livello promossi e pubblicizzati in largo anticipo per attirare pubblico.
Sembra che si punterà molto sulla musica, in base alle manifestazioni fin qui realizzate (concerto con Metha più quelli dedicati a Puccini e Leoncavallo) con protagonisti di primo piano. Pistoia insegna, Lucca anche e Montecatini deve muoversi sul loro esempio per conquistare un proprio spazio.
Come ogni settimana, ho cercato nel web e sui giornali altre storie per chi voglia leggere ma soprattutto per chi voglia riflettere.
Buona domenica a tutti quelli che ci seguono.
(a cura di Mauro Lubrani)
Pensando ai ragazzi morti a Crans

Ha impressionato l’Italia la partecipazione emotiva dei ragazzi alla tragedia di Crans-Montana che si è portata via, in una notte di festa, sei loro coetanei. L’assurda fine di Achille, Chiara, Emanuele, Giovanni, Riccardo e Sofia, tutti tra i 15 e i 17 anni, ha colpito come un meteorite la generazione dei nostri adolescenti, che stanno vivendo giorni traumatici. Un’apnea dei sentimenti che si scioglie online in fiumi di messaggi, e a scuola vive nella condivisione di uno smarrimento che in queste proporzioni forse ha il solo precedente dei giorni di Giulia Cecchettin. Conta zero che non conoscessero le vittime, che le loro città, le loro vite, la loro stessa vacanza di Capodanno non fossero le stesse. È bastato qualche minuto per ricostruire che erano come loro, anzi, erano loro, che le loro biografie quotidiane erano tali e quali, uguali i gusti, i sogni, le amicizie, gli svaghi. Se a noi adulti è sembrato nel giro di poche ore che fossero tutti – vittime e feriti – figli nostri, i ragazzi che li stanno piangendo hanno perso sorelle e fratelli. Li tormenta il pensiero che poteva succedere a loro in un qualsiasi party di fine anno, e che a decidere se tocca a te fare una fine tanto orribile può essere un caso. E così noi adulti ci accorgiamo che nel lutto di una generazione del quale siamo attoniti testimoni c’è anche molto di più. È un grido silenzioso che si leva dagli adolescenti serrati come un corpo solo attorno alle bare di altri ragazzi, in cui si scorge la paura che la vita possa finire di colpo, che la gioia appena assaggiata si dissolva in un attimo. Noi adulti osserviamo, ascoltiamo, cerchiamo di capire. Ci chiediamo se la morte e il dolore possano davvero avere l’ultima parola, e sappiamo che mai può essere così. Lo sanno anche loro, per un istinto vitale: ma forse ci stanno guardando per capire se almeno noi – e noi che ci diciamo credenti, prima di tutti – lo pensiamo davvero. Siamo all’altezza di questi giorni? Se lo domanda (e si dà qualche risposta), Francesco Ognibene in questo commento.
Avvenire, 10 gennaio aio 2026
La forza di parlare del bene e ripartire ogni volta

Ci sono momenti in cui per parlare di buone notizie servirebbe la forza di gridarle. Quasi la forza di far violenza a se stessi per vincere il naturale pudore che giustamente si ha nei cimiteri, negli ospedali, il pudore che ti viene anche solo quando sei davanti a un amico preoccupato perché da due giorni non trova più il suo gatto: figurarsi quando riparti con una Newsletter intitolata Buone Notizie dopo due settimane in cui già avevi lasciato un mondo in panne e adesso lo ritrovi ancor peggio, dal Venezuela alla Svizzera. Non si sorride ai funerali. E vale poco dire alle famiglie distrutte dei ragazzi di Crans che il bilancio assurdo e tremendo di questo Capodanno in un una discoteca è quanto a numeri lo stesso di ogni singolo giorno di guerra, a cui ormai da centinaia di giorni non facciamo più caso perché quello invece è diventato la normalità. Una morte è una tragedia e un milione di morti è una statistica: lo diceva Stalin e in fatto di morti se ne intendeva.
Eppure bisogna darsela, quella forza di urlare che non è tutto così. E più che mai adesso bisogna darsela. Partendo dalle cose piccole, perché quelle grandi ci sovrastano ma quelle piccole le abbiamo accanto. Sempre. Così noi abbiamo deciso di ripartire con le Ripartenze di Giorgio Paolucci, volume due.
Paolo Foschini – Corriere della Sera / Buone notizie, 5 gennaio 2026
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