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di Roberto Pinochi
Com'era
Montecatini 150 anni fa, al momento della proclamazione del
Regno d'Italia? Una realtà frammentata nelle diverse
strategie di sviluppo, che presagivano forse le future
divisioni. Già allora cominciavano a delinearsi le
differenze e le incomprensioni all'interno di una
Comunità composita, divisa tra il conservatorismo del
vecchio paese sul colle, la vocazione agricola della Pieve a
Nievole, la volontà progressista dei Bagni, protesi
nel loro sviluppo termale e urbanistico verso una ancora
lontana autonomia. La Comunità contava nel primo
censimento italiano del 1861 circa 6300 abitanti, lo stesso
numero di Monsummano e la metà di quelli di Pescia.
La frazione di Bagni, nello Stato delle Anime redatto dal
cappellano don Giuseppe Giacomelli con una statistica
piuttosto sommaria, non annoverava che 369 residenti. Le
casse comunali attraversavano un momento delicato, tanto che
gli amministratori locali avevano dovuto far ricorso a un
prestito di 6000 lire dal Monte dei Paschi per fronteggiare
le spese vive, e perfino per pagare i salari dei pochi
dipendenti. La ricchezza della Comunità era ancora
largamente al di sotto di quelle vantate da altre
realtà valdinievoline come Pescia e Buggiano, ma
anche di paesi lucchesi come i Bagni di Corsena e Villa
Basilica.
Superando questi momenti di contingente difficoltà,
il nuovo corso politico indirizzato verso l'unità era
stato accolto con manifestazioni di giubilo. Montecatini era
stata una delle 221 Comunità toscane ad avallare
nell'agosto 1859 l'auspicio dell'Assemblea costituente della
regione ad entrare a far parte del regno costituzionale di
Vittorio Emanuele. Benché sulle fabbriche comunali, e
specialmente su quelle di pertinenza termale come gli
stabilimenti, stentasse a farsi largo il tricolore, nel
dicembre 1859 ai Bagni di Montecatini si decideva di dotare,
con una chiara scelta di campo, il locale di casermaggio dei
regi carabinieri di uno stemma recante l'arme dei Savoia.
L'adesione al nuovo corso da parte dei rappresentanti
montecatinesi era quindi ormai scontata, tanto che nel
gennaio 1860 era approvato un indirizzo di saluto al Re con
il quale si esternavano "i particolari sensi di affetto, di
gratitudine e di ossequio che per Voi nutre la popolazione
che rappresentiamo
" Il plebiscito dell'11 e 12 marzo
successivi non avrebbe che confermato questi presupposti:
nelle due sezioni elettorali di Montecatini, una posta al
Castello con 819 votanti, l'altra ai Bagni, che assieme con
la parrocchia della Pieve contava 1060 iscritti, i voti per
l'annessione al regno costituzionale piemontese erano stati
la quasi totalità.
I Bagni di Montecatini erano tributari di larga parte della
loro attuale fortuna alla famiglia regnante toscana degli
Asburgo-Lorena. Da Pietro Leopoldo fondatore, sul declinare
del 1700, dei primi stabilimenti e della prima locanda per
gli ospiti, a suo figlio ed erede Ferdinando, iniziatore
della continuità nella frequentazione della stazione
termale, e promotore della costruzione della chiesa
demaniale, per finire all'ultimo Granduca Leopoldo, che alle
terme arrivava ogni anno nel mese di luglio in carrozza, ma
che aveva anche ispirato il tracciato della strada ferrata
in modo che passasse proprio dal centro dei Bagni, dove
aveva disposto una comoda stazione. Da allora, era il 1853,
al paese era stata garantita un'affluenza di forestieri
straordinaria, sia per i classici periodi di cure estivi, ma
anche per le sempre più abbordabili gite domenicali
di pistoiesi, fiorentini, pratesi, lucchesi, che arrivavano
la mattina con il treno, bevevano l'acqua del Tettuccio,
mangiavano i maccheroni della Carlotta Valiani alla Locanda
Maggiore, e se ne ritornavano contenti a casa la sera, dopo
aver passeggiato nei viali e nei parchi che cominciavano a
essere splendidi per i fiori, il verde e le piante che
arrivavano dai vivai di Pistoia. In queste occasioni, per
esempio nell'ottobre del 1861, queste gite erano alla
portata di molte tasche, visto che il viaggio di andata e
ritorno da Firenze a Montecatini costava non più di
3, 4 o 5 lire, a seconda della classe. I Bagni, poi,
potevano vantare anche l'apertura di uno dei primi uffici
telegrafici della regione, attivo fino dal 1855.
In quel fatidico 1861, la consueta relazione di fine
stagione del professor Fedele Fedeli era infatti tutta
improntata all'ottimismo: "le Bagnature del 1861 essere
state splendide sopra le altre, e di gran lunga superiore al
successo verificatosi negli altri stabilimenti italiani sia
per il concorso numerosissimo sia per i vantaggi
sorprendenti verificatisi nelle cure di moltissime
infermità". L'italianità del centro termale
spiccava nelle statistiche e nei resoconti, i paragoni sulle
frequentazioni delle terme e sulla efficacia delle cure
allargavano i loro confini, non più solo Toscana, ma
il resto d'Italia, e perché no, d'Europa, avrebbe
dovuto prendere atto della nuova realtà. E poi gli
alberghi: oltre alla storica, ma ancora solida Locanda
Maggiore con le sue pertinenze (il Palazzotto, la Nuova
Fabbrica, la Palazzina Magnani), sempre nel 1861 sul
giornale ufficiale, cioè il Monitore Toscano,
spiccava la prima pubblicità della Locanda della Pace
di Giovanni Biagi, e poi quella della Villa Baldini alla
Torretta, della Villa Santarelli di fronte la Palazzina
Regia, e in prossimità della piazza, della Locanda
dell'Europa, un appellativo che anticipava la vocazione
internazionale della città.
All'annuncio della proclamazione dei regno d'Italia, il 17
marzo 1861, Montecatini rivolse un indirizzo di augurio al
nuovo sovrano. Come nelle altre Comunità toscane, la
festa dell'unità d'Italia si celebrò in
quell'anno, e nei successivi, il 2 giugno, ricorrenza della
concessione dello statuto. Le questioni tra l'Italia e la
Santa Sede cominciavano a prendere una brutta piega, dopo il
voltafaccia di Pio IX°. Così, il parroco del
Castello, don Luigi Paponi, con una decisione contrastata e
opinabile, non permise che il clero prendesse parte ai
festeggiamenti. La Comunità non se ne curò
più di tanto, disertò la chiesa, e si
ritrovò in piazza, dove vennero elargite 3 lire a 30
famiglie bisognose dei "popoli" (come si diceva allora) di
Montecatini, Pieve a Nievole e Traversagna estratte a sorte.
Ma la gente doveva pensare anche a svagarsi un po', dopo
tutto il frenetico susseguirsi di avvenimenti cruciali, e
così sia a Montecatini che alla Pieve si corse un
"Palio dei Brocchetti a Cavallo" (con 17 lire di premio al
primo arrivato e 6 al secondo), al quale seguì
l'accensione di fuochi di gioia lungo le mura castellane, e
nella sera l'innalzamento di globi aerostatici illuminati. E
ancora si organizzò un popolare trattenimento di
ballo sotto la loggia pubblica, che di solito vedeva sfilare
i rappresentanti della Comunità intenti agli affari
amministrativi. Ai Bagni, invece non pare che la ricorrenza
desse il via a particolari feste, che non fossero i
consueti, e molto sporadici, balli e concerti al Regio
Casino. D'altra parte, già dal 1859 la vecchia
Deputazione Regia che aveva gestito le terme demaniali per
oltre 40 anni era stata mandata in pensione, e ora l'azienda
soffriva della latitanza di amministratori capaci e
interessati.
L'unità d'Italia aveva comunque aperto le porte alla
speranza per i montecatinesi di allargare i ristretti
orizzonti che fino ad allora avevano guidato la vita delle
loro terme. Invece, il mare magnum delle proprietà
statali (nelle quali erano state ricondotte anche le terme,
dopo un aspra disputa giudiziaria con il Comune) ostacolava
le potenzialità della stazione termale in rigidi
schemi economici, con pochi soldi da investire e ancora meno
idee da mettere in campo. Il "mercato" dei possibili
fruitori delle acque montecatinesi ovviamente si allargava,
ma restavano incompiute le indispensabili opere di
ammodernamento e di adeguamento delle strutture demaniali.
Così i Bagni di Montecatini passati dalla Toscana
granducale all'Italia avrebbero dovuto aspettare oltre un
quarto di secolo per riprendere il loro cammino e diventare,
grazie all'opera di nuovi e illuminati amministratori, una
delle più celebrate stazioni termali d'Europa.

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