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AGOSTO 2009

      Personaggi
       Il musicista scelse Montecatini per trascorrervi gli ultimi anni della sua vita: qui morì il 9 agosto 1919
     Leoncavallo, 90 anni dalla morte

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Nori Andreini Galli*

Non si conosce con precisione l'anno e l'occasione, che portarono a Montecatini Leoncavallo per la prima volta. Certo fu un fatto di moda, il richiamo esercitato dalla città, che ospitava Verdi e Tamagno, Mugnone, Toscanini, il giovane Gui, Puccini, Mascagni, interpreti, librettisti ed editori, come Ricordi e Sonzogno. Dovette trattarsi di un amore a prima vista, se più tardi, venduta per dissesti economici la lussuosa villa di Brissago, che aveva comprato sull'onda del successo e con i proventi dei Pagliacci, decise di tornarci addirittura di casa. Da quella data - 1913 - in poi si trova perfettamente inserito nell'ambiente, non già come tipo da vacanze e da villeggiatura, ma come vero e proprio montecatinese, amico intimo dei personaggi, che allora primeggiavano alle Terme, Grocco, Baragiola, Schweiger, e, insieme, della povera gente, che intorno alla stagione si affaticava per scampare l'inverno.
Lo conoscevano tutti, mescitrici, giardinieri, spazzini, strilloni, fioraie e sfaccendati, perché gironzolava per la piazza, portando amabilmente a spasso il suo pancione, e perché era un habitué del Caffè Costanzi, che allora si trovava fra la Palazzina Regia e la casa Maltagliati, con grandi lampioni e tavolini all'aperto. Sia al caffè che negli stabilimenti era additato a vista e circuito bonariamente dalle signore dell'alta borghesia, senza avventure né pettegolezzi. Nei grandi alberghi di allora, La Pace, la Locanda, non c'era burla, ballo, festa, recita di beneficenza, serata musicale, pranzo di gala o partita a tressette, che non lo vedesse protagonista, proprio per la giovialità del carattere, l'assenza di boria, la semplicità del tratto. Il burattinaio, che ogni anno metteva il tendone al Parco Regio per rappresentare
Le avventure di Gioppino, poteva sempre contare su Leoncavallo spettatore.
Una instabile situazione economica lo trascinava qua e là per la città, dalla villa con domestica e giardiniere, alla camera con uso di cucina, senza peraltro che la vicenda influisse sull'umore. Popolarissima ed altrettando cara la moglie, signora Berta, che era francese, nata Rambaud. Abitò nell'attuale Viale IV Novembre e nella casa, oggi Pampanini, costruita dal Seghieri. In questa casa accarezzò il sogno di adottare una bambina, che si chiamava Bianca Galligani, più tardi maritata Feriani. La bambina era ospite abituale, perché abitava dirimpetto, nell'Albergo Quirinale, che il padre aveva costruito, prima di cadere nella più stretta povertà. Ma in genere tutti i bambini trovavano in casa di Leoncavallo festosa accoglienza, merende e confettini.
Lo spostarsi nelle diverse zone della città ed anche in Via Marruota, che è la più popolare, lo poneva in contatto con operai, vetturini, lavandaie, lustrini e galoppini, con i quali stabiliva immediatamente rapporti cordiali ed il cui mestiere, all'occorrenza, imitava per scherzo. Ma la casa di Leoncavallo a Montecatini è considerata quella di via Arcibaldo Giannini, oggi di proprietà del dottor Sirio Stefanelli. Qui trascorse l'ultimo periodo della sua vita - la moglie, il cane Malbruk - economicamente abbastanza tranquillo, giacché Sonzogno gli passava mille lire al mese, una cifra, per i tempi, ragguardevole.
Poco distante dalla casa era la piazzetta, che oggi si chiama Largo Kennedy, con una grande vasca centrale. Nella vasca, in bel travertino, coi bordi sagomati ed arrotondati, non c'era l'acqua ed i ragazzi spericolati, l'avevano adottata come pista, per correre in orizzontale, con grande divertimento di Leoncavallo. Un'altra piazzetta, con vasca e fontana, era davanti alle case Cioci ed ai poderi, allora di proprietà del notaro Natucci, nonno dell'ingegnere Righetti. Anche qui Leoncavallo indugiava a chiaccherare, seguiva l'opre nei campi e nei giardini, i preparativi per la stagione. Ed in questa casa venne a morte il 9 agosto del 1919. Ai funerali si videro tutti i musicisti ed i personaggi del mondo del teatro, primi fra tutti Puccini e Mascagni, poi Forzano, Titta Ruffo, Renzo Sonzogno, Carlo Macchi, Carlo Sabatino, il sindaco di Montecatini.
Grande fu la perdita della città, una città senza strade asfaltate, col polverone dei bagherre sulla piazza della Stazione, travagliata, se pioveva o non pioveva, dalle mosche e dalle zanzare. Leoncavallo era stato a suo modo un'istituzione, un polo fisso, attorno al quale ruotavano giornalisti, come Chierici e Carrère, belle donne, come Lina Cavalieri, scrittori e librettisti, come Praga e Forzano (e Forzano gli darà il libretto de
La reginetta delle rose e Edipo re), esponenti della nobiltà, come il Conte di Torino, uomini politici, come Tedesco, ministro del Tesoro, personaggi dell'industria, come Felice Bisleri, che nel '13 aveva acquistato la Locanda e ridotto il giardino, arricchito di portici, a grande caffè.
Proprio a Montecatini furono rappresentate per la prima volta le operette
Prestami tua moglie su libretto di E. Corradi e Il primo bacio su libretto di L. Bonelli.
Eppure, mentre si scaldava il cuore in mezzo alla gente, ricercato e benvoluto, Leoncavallo viveva il suo dramma più profondo. Esponente con Puccini e Mascagni (ed anche con Franchetti) della corrente cosiddetta verista, di una musica facile, che arrivava subito al cuore, in fondo in fondo, delle molte opere scritte -
Zazà, I Medici, Chatterton, Bohème, Rolando, Malbruk - non vedeva rappresentati che Pagliacci, e per giunta abbinati alla Cavalleria rusticana. Lo amareggiava la poca stima di Toscanini. Lo avvelenò addirittura un colloquio, avvenuto alla Pace, in un quartiere a pianterreno, con Caruso e Giulio Gatti Casazza, autorevolissimo soprintendente del Metropolitan di New York. Infatti Leoncavallo, che aveva avuto da Illica un soggetto sulle cospirazioni antiborboniche napoletane, con una protagonista che si chiamava Avemaria e che doveva intitolare l'opera, essendo ormai all'ultima scena, aveva cercato di ottenere l'interpretazione di Caruso da affiancare al soprano Eugenia Burzio. Dell'opera Leoncavallo diede attenta ed appassionata lettura, senza successo: sia Caruso che Gatti Casazza, addussero impegni per diversi anni a venire. Il colloquio finì in una lite amarissima, resa anche più dolorosa per Leoncavallo dalla presenza della signora Berta. Dall'altra parte il soggiorno montecatinese fatta esclusione per La reginetta delle rose ed A chi la giarrettiera? due operette fortunate, non gli era stato fecondo.
Non solo
Avemaria, di cui scrisse ampiamente ad Illica il 21 luglio 1914 ma neppure il Mameli del '16 né Edipo Re, uscito postumo nel '20 con l'interpretazione di Titta Ruffo, ebbero fortuna.
Laureato all'università di Bologna, allievo del Carducci, amico di Pascoli, Oriani, Panzacchi e di Olinto Guerrini, autore di tutti i testi delle sue opere, la bocciatura gli scottava doppiamente, come musicista e come poeta. Ad esacerbare il dolore dell'insuccesso rilevava - non senza ragione - la cattiveria e l'invidia dei colleghi. Esemplare in questo senso, la vicenda di Puccini, del quale era pur stato buon amico. Quando infatti s'era ritirato a Vacallo, per scrivere la
Manon, Leoncavallo l'aveva accolto fraternamente e per scherzo aveva attaccato alla sua porta una manona ed alla propria un pagliaccio, burlesca allusione ai rispettivi lavori. Eppure Puccini gli aveva già fatto la villania di respingere il libretto dell'opera, affidato prima a Praga, infine ad Illica e Giacosa, per l'esasperata incontentabilità del musicista lucchese. Ma la beffa più crudele contro di lui Puccini l'aveva attuata con l'aiuto di Ricordi a proposito della Bohème. Ne era nata una violenta disputa in treno ed una vera e propria lite alla Birreria Trenk a Milano, l'una e l'altra riferita dai giornali: Puccini ladro in arte oltreché in amore. Tuttavia in queste cose ha ragione chi ha più talento e la Bohème di Leoncavallo, uscita l'anno dopo, non poté reggere il confronto con quella di Puccini.
Sempre al destino e non alla propria semplicità, per non dire dabbenaggine, Leoncavallo imputava il fatto che la famosa mattinata
Aurora di bianco vestita, fosse stata venduta ad una società americana di grammofoni per sole duemila lire: la stessa mattinata che vent'anni più tardi Beniamino Gigli, affacciato alla finestra dell'Italo-Argentino, oggi Hotel Columbia, avrebbe cantato per proprio gusto, facendo guardare all'insù erbivendoli e fornai, macellai e vetturini ed i barbieri, che si erano fatti sulla porta col rasoio affilato sul palmo della mano.
Montecatini dunque, con la sua fresca bellezza, consentiva a Leoncavallo di mitigare i segreti affanni e nello stesso tempo di incontrare il gran mondo e di sentirsene parte. Finissimo direttore d'orchestra a Montecatini, diresse concerti rimasti memorabili, come quello tenuto al Kursaal nel '15, baritono Oreste Benedetti, tenore Fausto Cavallini.
Interventista nella guerra '15-'18, arrivò a restituire all'imperatore Guglielmo, per incarico del quale aveva scritto il
Rolando, le onoreficienze ricevute ed a mettere a serio repentaglio la stima e l'amicizia del Sonzogno.
Innamorato di Montecatini, dunque: delle stagioni prestigiose, ma anche dell'aria autunnale, soffice e grigia, delle brinate, degli arrosti di tordi ed in genere della buona tavola: tant'è che quando la signora Berta gli rifiutava gli spaghetti per ragioni di stretto regime, gli venivano le lacrime agli occhi. Innamorato della Pace, il Grand Hotel, dove si davano appuntamento re e regine, artisti e magnati ma anche dei suoni dell'acqua traboccante alle fontane, delle canzoni che dall'una all'altra finestra si rimandavano le donne, intente alle faccende, delle case coloniche, che ancora sopravvivevano, il fico sul didietro, le radici affondate nel motriglio, i trogoli di crusca.
L'ambizione che si dibatteva nell'oscurità del suo spirito, l'irrequietezza, che gli serpeggiava nel sangue e lo costringeva a vagabondare per i viali silenziosi, mano a mano si stemperavano nella pace d'un tenero giardino, nella luce amichevole d'una finestra. Forse provava perfino rimorso, forse chiedeva perdono a Dio di non essere abbastanza felice.

*Per gentile concessione dell'autrice

 

 

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