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Nori Andreini Galli*
Non si conosce con precisione
l'anno e l'occasione, che portarono a Montecatini
Leoncavallo per la prima volta. Certo fu un fatto di moda,
il richiamo esercitato dalla città, che ospitava
Verdi e Tamagno, Mugnone, Toscanini, il giovane Gui,
Puccini, Mascagni, interpreti, librettisti ed editori, come
Ricordi e Sonzogno. Dovette trattarsi di un amore a prima
vista, se più tardi, venduta per dissesti economici
la lussuosa villa di Brissago, che aveva comprato sull'onda
del successo e con i proventi dei
Pagliacci, decise
di tornarci addirittura di casa. Da quella data - 1913 - in
poi si trova perfettamente inserito nell'ambiente, non
già come tipo da vacanze e da villeggiatura, ma come
vero e proprio montecatinese, amico intimo dei personaggi,
che allora primeggiavano alle Terme, Grocco, Baragiola,
Schweiger, e, insieme, della povera gente, che intorno alla
stagione si affaticava per scampare l'inverno.
Lo conoscevano tutti, mescitrici, giardinieri, spazzini,
strilloni, fioraie e sfaccendati, perché gironzolava
per la piazza, portando amabilmente a spasso il suo
pancione, e perché era un habitué del
Caffè Costanzi, che allora si trovava fra la
Palazzina Regia e la casa Maltagliati, con grandi lampioni e
tavolini all'aperto. Sia al caffè che negli
stabilimenti era additato a vista e circuito bonariamente
dalle signore dell'alta borghesia, senza avventure né
pettegolezzi. Nei grandi alberghi di allora, La Pace, la
Locanda, non c'era burla, ballo, festa, recita di
beneficenza, serata musicale, pranzo di gala o partita a
tressette, che non lo vedesse protagonista, proprio per la
giovialità del carattere, l'assenza di boria, la
semplicità del tratto. Il burattinaio, che ogni anno
metteva il tendone al Parco Regio per rappresentare
Le avventure di
Gioppino, poteva sempre contare su
Leoncavallo spettatore.
Una instabile situazione economica lo trascinava qua e
là per la città, dalla villa con domestica e
giardiniere, alla camera con uso di cucina, senza peraltro
che la vicenda influisse sull'umore. Popolarissima ed
altrettando cara la moglie, signora Berta, che era francese,
nata Rambaud. Abitò nell'attuale Viale IV Novembre e
nella casa, oggi Pampanini, costruita dal Seghieri. In
questa casa accarezzò il sogno di adottare una
bambina, che si chiamava Bianca Galligani, più tardi
maritata Feriani. La bambina era ospite abituale,
perché abitava dirimpetto, nell'Albergo Quirinale,
che il padre aveva costruito, prima di cadere nella
più stretta povertà. Ma in genere tutti i
bambini trovavano in casa di Leoncavallo festosa
accoglienza, merende e confettini.
Lo spostarsi nelle diverse zone della città ed anche
in Via Marruota, che è la più popolare, lo
poneva in contatto con operai, vetturini, lavandaie,
lustrini e galoppini, con i quali stabiliva immediatamente
rapporti cordiali ed il cui mestiere, all'occorrenza,
imitava per scherzo. Ma la casa di Leoncavallo a Montecatini
è considerata quella di via Arcibaldo Giannini, oggi
di proprietà del dottor Sirio Stefanelli. Qui
trascorse l'ultimo periodo della sua vita - la moglie, il
cane Malbruk - economicamente abbastanza tranquillo,
giacché Sonzogno gli passava mille lire al mese, una
cifra, per i tempi, ragguardevole.
Poco distante dalla casa era la piazzetta, che oggi si
chiama Largo Kennedy, con una grande vasca centrale. Nella
vasca, in bel travertino, coi bordi sagomati ed arrotondati,
non c'era l'acqua ed i ragazzi spericolati, l'avevano
adottata come pista, per correre in orizzontale, con grande
divertimento di Leoncavallo. Un'altra piazzetta, con vasca e
fontana, era davanti alle case Cioci ed ai poderi, allora di
proprietà del notaro Natucci, nonno dell'ingegnere
Righetti. Anche qui Leoncavallo indugiava a chiaccherare,
seguiva l'opre nei campi e nei giardini, i preparativi per
la stagione. Ed in questa casa venne a morte il 9 agosto del
1919. Ai funerali si videro tutti i musicisti ed i
personaggi del mondo del teatro, primi fra tutti Puccini e
Mascagni, poi Forzano, Titta Ruffo, Renzo Sonzogno, Carlo
Macchi, Carlo Sabatino, il sindaco di Montecatini.
Grande fu la perdita della città, una città
senza strade asfaltate, col polverone dei bagherre sulla
piazza della Stazione, travagliata, se pioveva o non
pioveva, dalle mosche e dalle zanzare. Leoncavallo era stato
a suo modo un'istituzione, un polo fisso, attorno al quale
ruotavano giornalisti, come Chierici e Carrère, belle
donne, come Lina Cavalieri, scrittori e librettisti, come
Praga e Forzano (e Forzano gli darà il libretto de
La reginetta delle
rose e Edipo
re), esponenti della nobiltà,
come il Conte di Torino, uomini politici, come Tedesco,
ministro del Tesoro, personaggi dell'industria, come Felice
Bisleri, che nel '13 aveva acquistato la Locanda e ridotto
il giardino, arricchito di portici, a grande
caffè.
Proprio a Montecatini furono rappresentate per la prima
volta le operette Prestami tua
moglie su libretto di E. Corradi e
Il primo bacio su
libretto di L. Bonelli.
Eppure, mentre si scaldava il cuore in mezzo alla gente,
ricercato e benvoluto, Leoncavallo viveva il suo dramma
più profondo. Esponente con Puccini e Mascagni (ed
anche con Franchetti) della corrente cosiddetta verista, di
una musica facile, che arrivava subito al cuore, in fondo in
fondo, delle molte opere scritte -
Zazà, I Medici, Chatterton,
Bohème, Rolando, Malbruk - non
vedeva rappresentati che
Pagliacci, e per
giunta abbinati alla Cavalleria
rusticana. Lo amareggiava la poca stima
di Toscanini. Lo avvelenò addirittura un colloquio,
avvenuto alla Pace, in un quartiere a pianterreno, con
Caruso e Giulio Gatti Casazza, autorevolissimo
soprintendente del Metropolitan
di New York. Infatti Leoncavallo, che
aveva avuto da Illica un soggetto sulle cospirazioni
antiborboniche napoletane, con una protagonista che si
chiamava Avemaria e che doveva intitolare l'opera, essendo
ormai all'ultima scena, aveva cercato di ottenere
l'interpretazione di Caruso da affiancare al soprano Eugenia
Burzio. Dell'opera Leoncavallo diede attenta ed appassionata
lettura, senza successo: sia Caruso che Gatti Casazza,
addussero impegni per diversi anni a venire. Il colloquio
finì in una lite amarissima, resa anche più
dolorosa per Leoncavallo dalla presenza della signora Berta.
Dall'altra parte il soggiorno montecatinese fatta esclusione
per La reginetta delle
rose ed A chi la
giarrettiera? due operette fortunate,
non gli era stato fecondo.
Non solo Avemaria,
di cui scrisse ampiamente ad Illica il 21 luglio 1914 ma
neppure il Mameli
del '16 né Edipo
Re, uscito postumo nel '20 con
l'interpretazione di Titta Ruffo, ebbero fortuna.
Laureato all'università di Bologna, allievo del
Carducci, amico di Pascoli, Oriani, Panzacchi e di Olinto
Guerrini, autore di tutti i testi delle sue opere, la
bocciatura gli scottava doppiamente, come musicista e come
poeta. Ad esacerbare il dolore dell'insuccesso rilevava -
non senza ragione - la cattiveria e l'invidia dei colleghi.
Esemplare in questo senso, la vicenda di Puccini, del quale
era pur stato buon amico. Quando infatti s'era ritirato a
Vacallo, per scrivere la
Manon, Leoncavallo
l'aveva accolto fraternamente e per scherzo aveva attaccato
alla sua porta una manona ed alla propria un pagliaccio,
burlesca allusione ai rispettivi lavori. Eppure Puccini gli
aveva già fatto la villania di respingere il libretto
dell'opera, affidato prima a Praga, infine ad Illica e
Giacosa, per l'esasperata incontentabilità del
musicista lucchese. Ma la beffa più crudele contro di
lui Puccini l'aveva attuata con l'aiuto di Ricordi a
proposito della
Bohème. Ne
era nata una violenta disputa in treno ed una vera e propria
lite alla Birreria Trenk a Milano, l'una e l'altra riferita
dai giornali: Puccini ladro in arte oltreché in
amore. Tuttavia in queste cose ha ragione chi ha più
talento e la
Bohème di
Leoncavallo, uscita l'anno dopo, non poté reggere il
confronto con quella di Puccini.
Sempre al destino e non alla propria semplicità, per
non dire dabbenaggine, Leoncavallo imputava il fatto che la
famosa mattinata Aurora di bianco
vestita, fosse stata venduta ad una
società americana di grammofoni per sole duemila
lire: la stessa mattinata che vent'anni più tardi
Beniamino Gigli, affacciato alla finestra
dell'Italo-Argentino, oggi Hotel Columbia, avrebbe cantato
per proprio gusto, facendo guardare all'insù
erbivendoli e fornai, macellai e vetturini ed i barbieri,
che si erano fatti sulla porta col rasoio affilato sul palmo
della mano.
Montecatini dunque, con la sua fresca bellezza, consentiva a
Leoncavallo di mitigare i segreti affanni e nello stesso
tempo di incontrare il gran mondo e di sentirsene parte.
Finissimo direttore d'orchestra a Montecatini, diresse
concerti rimasti memorabili, come quello tenuto al Kursaal
nel '15, baritono Oreste Benedetti, tenore Fausto
Cavallini.
Interventista nella guerra '15-'18, arrivò a
restituire all'imperatore Guglielmo, per incarico del quale
aveva scritto il
Rolando, le
onoreficienze ricevute ed a mettere a serio repentaglio la
stima e l'amicizia del Sonzogno.
Innamorato di Montecatini, dunque: delle stagioni
prestigiose, ma anche dell'aria autunnale, soffice e grigia,
delle brinate, degli arrosti di tordi ed in genere della
buona tavola: tant'è che quando la signora Berta gli
rifiutava gli spaghetti per ragioni di stretto regime, gli
venivano le lacrime agli occhi. Innamorato della Pace, il
Grand Hotel, dove si davano appuntamento re e regine,
artisti e magnati ma anche dei suoni dell'acqua traboccante
alle fontane, delle canzoni che dall'una all'altra finestra
si rimandavano le donne, intente alle faccende, delle case
coloniche, che ancora sopravvivevano, il fico sul didietro,
le radici affondate nel motriglio, i trogoli di crusca.
L'ambizione che si dibatteva nell'oscurità del suo
spirito, l'irrequietezza, che gli serpeggiava nel sangue e
lo costringeva a vagabondare per i viali silenziosi, mano a
mano si stemperavano nella pace d'un tenero giardino, nella
luce amichevole d'una finestra. Forse provava perfino
rimorso, forse chiedeva perdono a Dio di non essere
abbastanza felice.
*Per gentile concessione
dell'autrice

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