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GENNAIO 2006

      Centenario
       Le vicende che portarono nel 1905 alla nascita di Bagni di Montecatini tra roventi polemiche durate anni
     Così Montecatini divenne comune

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Roberto Pinochi

La giovane storia dei Bagni di Montecatini nasce ufficialmente cento anni fa. Ai mille anni dell'attempato Castello, la Montecatini termale contrappone il suo secolo segnato da momenti di esaltante sviluppo, ai quali qualche volta è seguito un periodo di crisi d'identità, come quello attuale. La prima Montecatini termale raccoglieva tutte le energie di una popolazione consapevole del proprio prodigioso destino. L'autonomia nei confronti del vecchio Comune raggiunta nel 1905 fu solo un primo, sostanziale passo verso una rinomanza che presto tutto il mondo avrebbe apprezzato. La Montecatini termale era conosciuta di là dall'oceano già dalla metà dell'ottocento, quando fra gli ospiti degli ancora sparuti alberghi si potevano annoverare anche degli statunitensi. Ma dopo oltre cento anni dalle prime fabbriche erette da Pietro Leopoldo, dopo tutto un secolo di tacita attesa e di giudizioso sfruttamento dei suoi tesori naturali, Montecatini era ora pronta ad impossessarsi del proprio destino, senza intermediari riluttanti e ostacoli preconcetti.

1a puntata

La lotta era stata cruda, se non cruenta. Il Castello aveva resistito per quasi quindici anni alle spinte autonomistiche delle sue due frazioni, aveva vinto anche battaglie importanti, come quando era riuscito a far annullare il Decreto Reale del 4 febbraio 1897 che aveva istituito il nuovo Comune dei Bagni di Montecatini formato dalle due frazioni del piano. Motivo: il vecchio Comune, privato delle due frazioni, avrebbe mantenuto meno di 3000 abitanti e sarebbe rimasto in condizioni economiche inique rispetto alla nuova realtà. Vittoria interlocutoria, seguita da un progressivo riforzarsi delle posizioni autonomistiche. Allora all'alta Montecatini si era passati alle vie di fatto. Dopo un'adunanza del Consiglio Comunale al Castello, il 7 ottobre 1903, mentre i rappresentanti dei Bagni se ne tornavano in carrozza al loro paese accompagnati da una trentina di loro "partigiani", nei pressi della Grotta Maona, furono fatti segno di un lancio di sassi. I Carabinieri che li seguivano col delegato di Pubblica Sicurezza (era evidentemente necessaria la scorta) furono raggiunti da alcune pietre. Subito dopo si udirono due colpi di fucile, uno a destra e uno a sinistra della strada, con i pallini che rimbalzarono per terra e su una siepe. Atti intimidatori che a quel punto non potevano intimidire più nessuno.
La vittoria finale della "guerra", come sempre càpita, era toccata al più forte, e la forza dei Bagni riposava sulla sua inarrestabile crescita economica, e sulle imposte che avrebbero reso fiorente il Comune. L'imponibile per stabilire la tassa sui fabbricati era salito per i Bagni dalle 37.000 lire del 1896 alle oltre 98.000 del 1905, mentre al Castello era cresciuta di poco più di mille lire, passando da 11.600 a 13.000 lire. Come avrebbe potuto resistere il vecchio Comune di fronte a una frazione che lievitava a vista d'occhio, colpita ora più che mai dal "mal del calcinaccio", dove gli esercizi pubblici e le palazzine private si moltiplicavano e contribuivano alla ricchezza di tutta la popolazione offrendo lavoro e benessere?
L'Onorevole Ferdinando Martini aveva già in passato messo mano alla questione dell'autonomia dei Bagni, ed era stato anche accusato di parteggiare per il mantenimento della situazione precedente. Da Monsummano le sue visite ai Bagni si facevano più frequenti, a dire il vero più per l'ospitalità di Napoleone Melani e Luigi Melano che per le proprietà del Tettuccio e del Rinfresco. Ora la sua proposta di legge al Senato cadeva in una situazione ormai matura per la conclusione positiva. Formare tre comuni autonomi, ora che il limite di 4000 abitanti non sussisteva più, sembrava la soluzione migliore, e al Senato si realizzò una larga convergenza che portò all'approvazione con 62 voti favorevoli e 31 contrari. Era il 12 giugno 1905, la legge, la n.353, sarebbe stata promulgata il 29 giugno e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 15 luglio.
Il Castello si era già arreso, quando si era accorto che la separazione delle tre frazioni non poteva più essere rinviata. La sua lotta aveva avuto come scopo ultimo la sua stessa sussistenza, sfociata in una ancora aspra polemica sulla suddivisione delle attività e passività dei tre nuovi Comuni. Ancora nel marzo 1905 il Sindaco Farinata Farinati dichiarava che la Commissione per il riparto delle attività e passività aveva rilevato "la grave situazione finanziaria di Montecatini, dove il deficit è più che duplicato, senza che sia accertato come penserà il Governo ad assicurare a Montecatini (Castello) l'assistenza economica per l'esistenza normale della vita amministrativa".
Montecatini si preoccupava a ragione del proprio futuro. Solo dopo trentacinque anni le due Montecatini si sarebbero riunite, scambiandosi i ruoli.

2a puntata

Le mai sopite rivendicazioni autonomistiche tornarono prepotentemente alla ribalta della vita pubblica montecatinese a decorrere dal 1891. La lista elettorale amministrativa del Comune del 1890 presentava 1246 iscritti, quella politica 894, suddivisi in 400 al Castello, 325 alla Pieve a Nievole e 169 ai Bagni. La popolazione dei tre paesi era quasi uguale, sulla scorta delle delimitazioni apposte da una deliberazione della Giunta Provinciale Amministrativa di Lucca, cioè 2639 abitanti al Castello, 2727 alla Pieve a Nievole e 2314 ai Bagni. Per questo motivo, la stessa Giunta aveva deliberato l'istituzione delle tre frazioni storicamente presenti sul territorio montecatinese, e di attribuire loro 7 consiglieri al Capoluogo e alla Pieve e 6 ai Bagni. Già da questa fase si cominciava a delineare quello che sarebbe stato lo scoglio più resistente in sede di rivendicazioni autonomistiche, cioè l'esatta individuazione dei confini fra le tre realtà. Farinati per il Castello, ma anche Pasquale Chiti per la Pieve, contestarono le risoluzioni della Giunta.
In ogni caso, la rinnovata richiesta di separazione delle frazioni del piano era una conseguenza inevitabile di questo nuovo quadro istituzionale, e si concretizzava con una formale richiesta di distacco firmata da 496 elettori dei Bagni e della Pieve a Nievole nel settembre 1891.
Sul versante più schiettamente autonomistico, nel 1892 era dato alla stampa un "Ricorso a S.M. il Re d'Italia per la separazione delle frazioni dei Bagni e di Pieve a Nievole e per la loro costituzione in Comune autonomo". Le considerazioni presentate facevano eco alle motivazioni già addotte nelle precedenti istanze: ai Bagni vi erano strutture per accogliere 5000 forestieri, la Pieve "è diventata una grossa borgata. Tutti i commerci, tutti i più vitali interessi della popolazione sono concentrati nel piano, massime per effetto della via ferrata…" La popolazione cresceva continuamente e rispetto al dato censuario del 1891 aveva superato largamente le 5600 unità. Inoltre si contabilizzavano rendite imponibili di terreni e fabbricati delle due frazioni del piano, oltre all'ammontare della ricchezza mobile, più che congrue per garantire l'esistenza di un nuovo Comune.
Il Consiglio Comunale tornò a occuparsi della separazione tra le frazioni montecatinesi nel 1893, e anche in questa occasione i due paesi di pianura si presentarono coalizzati per ottenere la sospirata autonomia. Nella seduta del 21 giugno si cercò di fare chiarezza sul punto dolente di tutta la questione, cioè i confini che avrebbero dovuto delimitare i due nuovi Comuni.
I Consiglieri Marchetti e Pagni proponevano come soluzione che il nuovo Comune avrebbe dovuto essere formato " dalla frazione della Pieve a Nievole e la frazione dei Bagni di Montecatini diminuita della porzione annessa al primo Comune, cioè la parte di Montaccolle fino al confine determinato", auspicando che "conservi il vetusto nome di Montecatini e abbia la residenza normale nello storico Castello omonimo confermandone lo stemma". Anche fra gli alleati non mancavano i contrasti, tanto che Trinci e gli altri consiglieri pievarini avrebbero votato per il rinvio della decisione distaccandosi in questo da quelli dei Bagni.
Il 25 ottobre successivo, la seduta del Consiglio avrebbe riproposto per bocca del bagnaiolo Silvestri le soluzioni precedenti, rinnovando le considerazioni sempre invocate della "centralità" del nuovo Comune ubicato ai Bagni, del suo "sviluppo e crescente numero di fabbricati e popolazione", dell'opportunità conseguente di mantenere al nuovo Comune il nome di Bagni di Montecatini "che ha fatto celebre il paese". A quest'ultima notazione il consigliere pievarino Trinci insorse proponendo per motivi di economia (ma più credibilmente per orgoglio di campanile) che "il nuovo Comune abbia il nome di Pieve a Nievole e la sede sia pure alla Pieve a Nievole". Le diverse posizioni presenti fra i consiglieri della Pieve e anche fra quelli del Castello (mentre i sei bagnaioli votarono compattamente) fecero sì che l'ordine del giorno venisse approvato con undici voti a favore. Gli auspici dell'assemblea montecatinese, anche se non espressi unitariamente, erano comunque significativi.
Così anche il Consiglio Provinciale di Lucca prese posizione in appoggio alle rivendicazioni autonomistiche delle due frazioni di pianura, e con una propria delibera del 27 dicembre 1903 caldeggiò la richiesta di distacco dei Bagni e della Pieve da Montecatini e la creazione dei due Comuni dei Bagni di Montecatini e di Montecatini Valdinievole. Ma a Roma si nicchiava, nessuno prese decisamente posizione sulla questione dei due nuovi Comuni. Così, nuovamente, la pratica si arenò sulla ormai decennale questione dei confini tra le frazioni. Sarebbe stata ripresa poco dopo, nel 1894, per portare a una svolta apparentemente decisiva.
Sarà l'argomento della prossima puntata.

3a puntata

La questione dell'autonomia del nuovo Comune si defilò per qualche anno, anche se non sembra diminuissero le situazioni di attrito e di scontro tra le diverse frazioni. Il Parlamento riprese l'esame del progetto nel 1896, affrontando preliminarmente un'indagine sulle potenzialità economiche dei due nuovi Comuni. Era evidente che Montecatini avrebbe ricevuto un colpo mortale dalla perdita dei Bagni e della Pieve, mentre queste, forti entrambi e finanziariamente solide, avrebbero affrontato il nuovo corso con sicuri vantaggi. Quando le prospettive di una positiva conclusione dell'affare sembravano profilarsi, nel dicembre 1896 il Consiglio di Stato bloccò tutto l'iter con la motivazione dell'insufficienza numerica dei firmatari dell'istanza del 1891. Un colpo di scena dietro l'altro: soltanto due mesi dopo, il 4 febbraio 1897, un Regio Decreto istituiva il Comune autonomo dei Bagni di Montecatini, formato dalle frazioni dei Bagni e della Pieve a Nievole, con sede nel centro termale. A seguito di questo provvedimento sovrano, il Sindaco Roberto Tempestini aveva indetto le votazioni per la formazione dei due nuovi Consigli Comunali. Gli elettori avrebbero espresso le loro preferenze il 4 aprile; i seggi erano allestiti nel locale della scuola musicale al Castello, in quello della scuola maschile ai Bagni e in quello della scuola femminile alla Pieve.
Toccava però proprio ai rappresentanti della Pieve, all'apparenza tra i beneficiari del decreto di separazione, presentare un articolato ricorso contro il provvedimento reale. Le motivazione erano facilmente intuibili: ancorchè prevedere autonomia gestionale e sollecita soluzione delle molteplici esigenze della frazione, l'unione coi Bagni avrebbe ovviamente relegato in secondo piano le istanze pievarine per privilegiare le rincorse alla modernizzazione della cittadina termale. Non a caso il primo firmatario del ricorso era il pievarino Tacito Tongiorgi, impresario edile, ma soprattutto possidente agrario come altri suoi colleghi egualmente avversi a questo tipo di soluzione. Altri firmatari Ferdinando Gentili e Luigi Paponi, avvocato era nominato l'On. Tommaso de Cambray Digny.
Cominciava così a farsi strada l'idea di un diverso quadro istituzionale da privilegiare. Pieve a Nievole avrebbe stretto stavolta un patto di "autonomia" con il Castello, soprattutto per arginare la presenza ingombrante dei Bagni. Di lì a due anni, l'alleanza avrebbe visto protagoniste la Pieve e Montecatini, che non avrebbe potuto prevaricare l'altro paese (come avrebbero sicuramente fatto i Bagni), ma che sarebbe stato obbligato ad assumere una posizione meno autoritaria nei rapporti con la frazione del piano, considerate le forze in campo. Così il decreto di istituzione del Comune dei Bagni di Montecatini venne revocato da una decisione della IV Sezione del Consiglio di Stato. Era uno smacco per i Bagni, che dovevano cominciare di nuovo il loro lavoro di sollecitazioni soprattutto a livello politico.
Una nuova proposta di legge del 1898, tendente a creare il Comune autonomo dei soli Bagni, proprio nell'anno dell'apertura della funicolare, acuiva i dissensi tra le frazioni: anzi, per i rappresentanti dei Bagni (con in testa Egisto Simoncini e Guido Forini-Lippi) il nuovo mezzo di collegamento fra la pianura e il colle non poteva considerarsi niente più che "un comodo pei bagnanti, non mai un mezzo per eliminare le ragioni dei dissidi e delle rivalità che anzi si acuiranno maggiormente per causa della temuta concorrenza". Pieve a Nievole avrebbe potuto tranquillamente mantenere il suo ruolo (a questo punto quasi egemone), superando fra l'altro l'inesatta indicazione che "gli abitanti della Pieve debbono attraversare il territorio del nuovo per recarsi alla sede del vecchio Comune".
L'antagonismo tra i due schieramenti portava a duri scontri verbali tra i fautori e gli oppositori della separazione. La dura polemica del Consigliere Brunetti si agitava a tutto campo nella seduta consiliare del 28 gennaio 1899, nel corso della quale si ribadivano le richieste delle due frazioni e si sollecitava un altro voto "perché l'accennato progetto non diventi legge dello Stato". La volontà unitaria di Montecatini e Pieve trovava accenti enfatici nella risposta inviata da nove consiglieri, cinque del piano e quattro del colle, " al Governo del Re che ci fa l'onore di richiedere il nostro parere": l'ente comunale con secoli di vita e di onorate tradizioni "si vorrebbe uccidere e se ne vorrebbero far sorgere due nuovi…ha condotto una tal vita da meritare la morte?…" E poi il Comune che rimarrebbe composto dalle frazioni di Montecatini e Pieve perderebbe quell'"equilibrio" possibile in presenza di tre realtà "perché ora l'una ora l'altra esercitava il nobile ufficio di moderatrice".
Nonostante questa levata di scudi dei rappresentanti di Montecatini e Pieve a difesa dell'integrità del Comune e che nuovamente il Consiglio Comunale si esprimesse negativamente su una proposta di autonomia dei Bagni nella seduta del 22 aprile 1899, la strada poteva considerarsi ormai tracciata. Il Consigliere del Castello Farinata Farinati ben sintetizzava le prospettive che si delineavano, qualunque fossero stati gli auspici e le indicazioni dell'assemblea: a Montecatini sarebbero esistiti comunque "tre tendenze, tre correnti, tre partiti amministrativi ben diversi tra loro, tre campanili". Con il nuovo secolo si sarebbe infine conclusa la lunga parabola delle tre realtà della Comunità di Montecatini. E' il capitolo finale della nostra succinta ricostruzione delle lotte sull'autonomia dei Bagni e della Pieve.

4a puntata

L'inizio del secolo era segnato da nuovi contrasti tra i consiglieri delle frazioni, che impedivano una regolare attività istituzionale del Comune e l'elezione del Sindaco. A complicare maggiormente il quadro della situazione, si ripresentava il problema di fondo sorto dieci anni prima, all'inizio delle schermaglie sull'autonomia, cioè l'individuazione esatta dei confini delle frazioni che avrebbero poi definito la consistenza demografica e le potenzialità economiche di ciascun paese. La Commissione insediata in vista del Censimento del 1901 auspicava la conservazione delle tre frazioni amministrative come individuate dalla Giunta Provinciale Amministrativa senza alcuna variante: nel Capoluogo si delimitavano quattro sezioni censuarie, altrettante alla Pieve a Nievole e tre ai Bagni.
Sulla falsariga indicata dalla Commissione il Censimento svoltosi alla mezzanotte tra il 9 e il 10 febbraio 1901 assegnava 3048 residenti ai Bagni, 2959 alla Pieve e 2856 al Castello.
Le frazioni penalizzate da una suddivisione territoriale palesemente arbitraria non tardavano a far sentire la loro voce. Nel corso del 1902 e poi soprattutto l'anno successivo, i rappresentanti di Montecatini e della Pieve presentavano in Consiglio Comunale le loro rimostranze tendenti a ripristinare confini storicamente più accertati, con le zone collinari di Montaccolle, Riaffrico e Panteraie da restituire al Poggio, e la zona della Marruota fino alla Borra di pertinenza della Pieve.
Le lotte intestine tra le frazioni si erano finora limitate a scontri verbali anche accesi in seno al Consiglio Comunale. Non sembra che le popolazioni dei tre paesi vicini nutrissero un particolare astio reciproco, considerata anche la commistione di interessi che legavano imprenditori e lavoratori, diciamo, turistici operanti ai Bagni con quelli più spiccatamente agricoli della Pieve e in parte di Montecatini. La popolazione, come capita, sentiva impellenti i problemi pratici di ogni giorno, ma le aspirazioni autonomistiche e le spinte separatiste solo incidentalmente erano oggetto di "scontri sociali".
Qualche eccezione c'era: celebri e pubblicizzate le fucilate esplose il 6 ottobre 1903 nei pressi della Grotta Maona all'indirizzo dei Consiglieri dei Bagni che tornavano in carrozza al loro paese dopo una riunione di Consiglio: "furono arrestati tre individui, uno de' quali colono del Sindaco; ma non è stato poi trattenuto in arresto", questo era l'epilogo pacificatore dettato nel suo resoconto dall'articolista della Gazzetta di Lucca.
In questo frangente, la prospettiva dell'autonomia faceva stringere un'alleanza di fatto tra i due paesi di pianura, che si riscontrò anche nella partecipazione dei due consiglieri dei Bagni Simoncini e Silvestri a un comizio comune svoltosi alla Pieve il 12 febbraio 1903.
I tempi erano però venuti a maturazione, e l'impianto di tre nuovi Comuni, a questo punto, sembrava la soluzione più idonea ad appianare i contrasti. Auspice, ancora una volta e in maniera decisiva, Ferdinando Martini. Le sue "assicurazioni relative alla costituzione del Comune autonomo di Montecatini Bagni" avevano convinto i consiglieri della frazione a considerarsi "come separati virtualmente dalle altre Frazioni e che non sia conveniente per loro di ingolfarsi in spese che eccedono ai bisogni dell'ordinaria amministrazione". La proposta di legge era presentata il 14 dicembre 1904, previa una soluzione condivisa del problema di fondo, cioè l'individuazione degli esatti confini tra le frazioni. La relazione dell'Ingegnere comunale Massimiliano Parlanti del 1° dicembre 1904, allegata al disegno di legge, prevedeva la restituzione alle rispettive frazioni dei territori aggregati ai Bagni nel corso del censimento del 1901.
Definita per legge la costituzione dei tre Comuni, si profilava ancora lo scoglio della suddivisione delle attività e passività del vecchio Comune. I montecatinesi del Castello ebbero un'ultima disperata fiammata d'orgoglio paesano quando si astennero dalla votazione indetta per eleggere la Commissione per il riparto. Una seconda convocazione vide presentarsi al seggio183 elettori che però, anche in questa occasione, non mancarono di raccomandare ai loro rappresentanti di ribadire nelle sedi istituzionali la contrarietà dell'intera popolazione alla separazione, di confermare con forza il diritto all'integrità del loro territorio (specialmente al confine nord-ovest, Croce Guigli-Fornace Barli), di pretendere un compenso annuo di 10000 lire, oltre alla facoltà di rilasciare patenti e licenze, e di usare gratuitamente acque e bagni degli stabilimenti demaniali. Alla Pieve si registrò la partecipazione più numerosa alla votazione: 271 residenti si presentarono il 12 febbraio 1905 ed elessero come loro rappresentanti Pasquale Scoti con 269 preferenze, il conte Piero Amerighi con 268 e Giovanni Mimbelli con 264. Le indicazioni fornite il 22 marzo 1905 dall'Ingegnere Capo Orlando e dall'Agenzia delle Imposte Dirette di Pescia chiarirono la reale situazione finanziaria dei tre paesi circa i redditi imponibili dei beni immobili.
La Pieve poteva contare su un reddito ricavato dai terreni di 77583.21 lire, una volta e mezzo maggiore di quello del Castello (lire 44708) e più del doppio di quello dei Bagni (33340). La località termale la faceva da padrona se si consideravano i fabbricati, valutati ben 98899.76 lire contro le sole 12996.76 di Montecatini e le 10744.46 di Pieve a Nievole. Con questi presupposti, e considerando che il dazio di consumo o le imposte su patenti e licenze sarebbero state stratosferiche per i Bagni , scarse per la Pieve, minime per Montecatini, era quest'ultima che avrebbe stentato a chiudere senza segni negativi i propri bilanci. Le licenze dei pubblici esercizi rilasciate nel 1905 erano 27 a Montecatini, 17 alla Pieve e ben 73 ai Bagni. Una prima valutazione faceva ascendere a oltre 5000 lire il deficit di bilancio del Castello, ma anche la Pieve avrebbe segnato una tendenza negativa per 2725 lire.
A Roma intanto l'iter della legge incontrava qualche inciampo di natura non solo procedurale. Era ben vero che accanto a petizioni di Pieve a Nievole e dei Bagni presentate rispettivamente da 218 e 193 elettori a favore della separazione ve ne fosse anche una di 248 elettori del Castello contraria allo smembramento del vecchio Comune; relegate infine queste istanze comunali al ruolo di estreme manifestazioni di volontà, ininfluenti sul cammino della legge, fu la stessa Assemblea nazionale a rivedere una prima stesura del testo legislativo basata su "inadeguatezze formali e trascuratezze dei problemi reali". La relazione annessa al testo della legge venne presentata il 23 maggio 1905 al Senato. Questo ramo del Parlamento approvò il nuovo progetto di legge il 13 giugno 1905 con 62 voti a favore e 31 contrari; il 21 giugno toccò alla Camera porre la parola fine alla ormai datata questione della divisione del Comune di Montecatini Valdinievole con 200 voti favorevoli e 38 contrari. Il 29 giugno venne firmata la legge sull'autonomia dei due Comuni del piano dal Re Vittorio Emanuele III, registrata col n°353.
La storia delle tre Comunità che quasi forzatamente avevano convissuto per centinaia d'anni si divideva ancora con strascichi di polemiche e di rivendicazioni: e sarebbe stato proprio il vecchio Capoluogo, il paese collinare privato delle sue propaggini sul piano, a incontrare le difficoltà maggiori, fino a essere incorporato dai Bagni, già ribattezzati Montecatini Terme, nel 1940.

 

 

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