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Roberto Pinochi
La giovane storia dei Bagni di
Montecatini nasce ufficialmente cento anni fa. Ai mille anni
dell'attempato Castello, la Montecatini termale contrappone
il suo secolo segnato da momenti di esaltante sviluppo, ai
quali qualche volta è seguito un periodo di crisi
d'identità, come quello attuale. La prima Montecatini
termale raccoglieva tutte le energie di una popolazione
consapevole del proprio prodigioso destino. L'autonomia nei
confronti del vecchio Comune raggiunta nel 1905 fu solo un
primo, sostanziale passo verso una rinomanza che presto
tutto il mondo avrebbe apprezzato. La Montecatini termale
era conosciuta di là dall'oceano già dalla
metà dell'ottocento, quando fra gli ospiti degli
ancora sparuti alberghi si potevano annoverare anche degli
statunitensi. Ma dopo oltre cento anni dalle prime fabbriche
erette da Pietro Leopoldo, dopo tutto un secolo di tacita
attesa e di giudizioso sfruttamento dei suoi tesori
naturali, Montecatini era ora pronta ad impossessarsi del
proprio destino, senza intermediari riluttanti e ostacoli
preconcetti.
1a
puntata
La lotta era stata cruda, se non cruenta. Il Castello aveva
resistito per quasi quindici anni alle spinte autonomistiche
delle sue due frazioni, aveva vinto anche battaglie
importanti, come quando era riuscito a far annullare il
Decreto Reale del 4 febbraio 1897 che aveva istituito il
nuovo Comune dei Bagni di Montecatini formato dalle due
frazioni del piano. Motivo: il vecchio Comune, privato delle
due frazioni, avrebbe mantenuto meno di 3000 abitanti e
sarebbe rimasto in condizioni economiche inique rispetto
alla nuova realtà. Vittoria interlocutoria, seguita
da un progressivo riforzarsi delle posizioni autonomistiche.
Allora all'alta Montecatini si era passati alle vie di
fatto. Dopo un'adunanza del Consiglio Comunale al Castello,
il 7 ottobre 1903, mentre i rappresentanti dei Bagni se ne
tornavano in carrozza al loro paese accompagnati da una
trentina di loro "partigiani", nei pressi della Grotta
Maona, furono fatti segno di un lancio di sassi. I
Carabinieri che li seguivano col delegato di Pubblica
Sicurezza (era evidentemente necessaria la scorta) furono
raggiunti da alcune pietre. Subito dopo si udirono due colpi
di fucile, uno a destra e uno a sinistra della strada, con i
pallini che rimbalzarono per terra e su una siepe. Atti
intimidatori che a quel punto non potevano intimidire
più nessuno.
La vittoria finale della "guerra", come sempre
càpita, era toccata al più forte, e la forza
dei Bagni riposava sulla sua inarrestabile crescita
economica, e sulle imposte che avrebbero reso fiorente il
Comune. L'imponibile per stabilire la tassa sui fabbricati
era salito per i Bagni dalle 37.000 lire del 1896 alle oltre
98.000 del 1905, mentre al Castello era cresciuta di poco
più di mille lire, passando da 11.600 a 13.000 lire.
Come avrebbe potuto resistere il vecchio Comune di fronte a
una frazione che lievitava a vista d'occhio, colpita ora
più che mai dal "mal del calcinaccio", dove gli
esercizi pubblici e le palazzine private si moltiplicavano e
contribuivano alla ricchezza di tutta la popolazione
offrendo lavoro e benessere?
L'Onorevole Ferdinando Martini aveva già in passato
messo mano alla questione dell'autonomia dei Bagni, ed era
stato anche accusato di parteggiare per il mantenimento
della situazione precedente. Da Monsummano le sue visite ai
Bagni si facevano più frequenti, a dire il vero
più per l'ospitalità di Napoleone Melani e
Luigi Melano che per le proprietà del Tettuccio e del
Rinfresco. Ora la sua proposta di legge al Senato cadeva in
una situazione ormai matura per la conclusione positiva.
Formare tre comuni autonomi, ora che il limite di 4000
abitanti non sussisteva più, sembrava la soluzione
migliore, e al Senato si realizzò una larga
convergenza che portò all'approvazione con 62 voti
favorevoli e 31 contrari. Era il 12 giugno 1905, la legge,
la n.353, sarebbe stata promulgata il 29 giugno e pubblicata
sulla Gazzetta Ufficiale il 15 luglio.
Il Castello si era già arreso, quando si era accorto
che la separazione delle tre frazioni non poteva più
essere rinviata. La sua lotta aveva avuto come scopo ultimo
la sua stessa sussistenza, sfociata in una ancora aspra
polemica sulla suddivisione delle attività e
passività dei tre nuovi Comuni. Ancora nel marzo 1905
il Sindaco Farinata Farinati dichiarava che la Commissione
per il riparto delle attività e passività
aveva rilevato "la grave situazione finanziaria di
Montecatini, dove il deficit è più che
duplicato, senza che sia accertato come penserà il
Governo ad assicurare a Montecatini (Castello) l'assistenza
economica per l'esistenza normale della vita
amministrativa".
Montecatini si preoccupava a ragione del proprio futuro.
Solo dopo trentacinque anni le due Montecatini si sarebbero
riunite, scambiandosi i ruoli.
2a
puntata
Le mai sopite rivendicazioni autonomistiche tornarono
prepotentemente alla ribalta della vita pubblica
montecatinese a decorrere dal 1891. La lista elettorale
amministrativa del Comune del 1890 presentava 1246 iscritti,
quella politica 894, suddivisi in 400 al Castello, 325 alla
Pieve a Nievole e 169 ai Bagni. La popolazione dei tre paesi
era quasi uguale, sulla scorta delle delimitazioni apposte
da una deliberazione della Giunta Provinciale Amministrativa
di Lucca, cioè 2639 abitanti al Castello, 2727 alla
Pieve a Nievole e 2314 ai Bagni. Per questo motivo, la
stessa Giunta aveva deliberato l'istituzione delle tre
frazioni storicamente presenti sul territorio montecatinese,
e di attribuire loro 7 consiglieri al Capoluogo e alla Pieve
e 6 ai Bagni. Già da questa fase si cominciava a
delineare quello che sarebbe stato lo scoglio più
resistente in sede di rivendicazioni autonomistiche,
cioè l'esatta individuazione dei confini fra le tre
realtà. Farinati per il Castello, ma anche Pasquale
Chiti per la Pieve, contestarono le risoluzioni della
Giunta.
In ogni caso, la rinnovata richiesta di separazione delle
frazioni del piano era una conseguenza inevitabile di questo
nuovo quadro istituzionale, e si concretizzava con una
formale richiesta di distacco firmata da 496 elettori dei
Bagni e della Pieve a Nievole nel settembre 1891.
Sul versante più schiettamente autonomistico, nel
1892 era dato alla stampa un "Ricorso a S.M. il Re d'Italia
per la separazione delle frazioni dei Bagni e di Pieve a
Nievole e per la loro costituzione in Comune autonomo". Le
considerazioni presentate facevano eco alle motivazioni
già addotte nelle precedenti istanze: ai Bagni vi
erano strutture per accogliere 5000 forestieri, la Pieve
"è diventata una grossa borgata. Tutti i commerci,
tutti i più vitali interessi della popolazione sono
concentrati nel piano, massime per effetto della via
ferrata
" La popolazione cresceva continuamente e
rispetto al dato censuario del 1891 aveva superato
largamente le 5600 unità. Inoltre si contabilizzavano
rendite imponibili di terreni e fabbricati delle due
frazioni del piano, oltre all'ammontare della ricchezza
mobile, più che congrue per garantire l'esistenza di
un nuovo Comune.
Il Consiglio Comunale tornò a occuparsi della
separazione tra le frazioni montecatinesi nel 1893, e anche
in questa occasione i due paesi di pianura si presentarono
coalizzati per ottenere la sospirata autonomia. Nella seduta
del 21 giugno si cercò di fare chiarezza sul punto
dolente di tutta la questione, cioè i confini che
avrebbero dovuto delimitare i due nuovi Comuni.
I Consiglieri Marchetti e Pagni proponevano come soluzione
che il nuovo Comune avrebbe dovuto essere formato " dalla
frazione della Pieve a Nievole e la frazione dei Bagni di
Montecatini diminuita della porzione annessa al primo
Comune, cioè la parte di Montaccolle fino al confine
determinato", auspicando che "conservi il vetusto nome di
Montecatini e abbia la residenza normale nello storico
Castello omonimo confermandone lo stemma". Anche fra gli
alleati non mancavano i contrasti, tanto che Trinci e gli
altri consiglieri pievarini avrebbero votato per il rinvio
della decisione distaccandosi in questo da quelli dei
Bagni.
Il 25 ottobre successivo, la seduta del Consiglio avrebbe
riproposto per bocca del bagnaiolo Silvestri le soluzioni
precedenti, rinnovando le considerazioni sempre invocate
della "centralità" del nuovo Comune ubicato ai Bagni,
del suo "sviluppo e crescente numero di fabbricati e
popolazione", dell'opportunità conseguente di
mantenere al nuovo Comune il nome di Bagni di Montecatini
"che ha fatto celebre il paese". A quest'ultima notazione il
consigliere pievarino Trinci insorse proponendo per motivi
di economia (ma più credibilmente per orgoglio di
campanile) che "il nuovo Comune abbia il nome di Pieve a
Nievole e la sede sia pure alla Pieve a Nievole". Le diverse
posizioni presenti fra i consiglieri della Pieve e anche fra
quelli del Castello (mentre i sei bagnaioli votarono
compattamente) fecero sì che l'ordine del giorno
venisse approvato con undici voti a favore. Gli auspici
dell'assemblea montecatinese, anche se non espressi
unitariamente, erano comunque significativi.
Così anche il Consiglio Provinciale di Lucca prese
posizione in appoggio alle rivendicazioni autonomistiche
delle due frazioni di pianura, e con una propria delibera
del 27 dicembre 1903 caldeggiò la richiesta di
distacco dei Bagni e della Pieve da Montecatini e la
creazione dei due Comuni dei Bagni di Montecatini e di
Montecatini Valdinievole. Ma a Roma si nicchiava, nessuno
prese decisamente posizione sulla questione dei due nuovi
Comuni. Così, nuovamente, la pratica si arenò
sulla ormai decennale questione dei confini tra le frazioni.
Sarebbe stata ripresa poco dopo, nel 1894, per portare a una
svolta apparentemente decisiva.
Sarà l'argomento della prossima puntata.
3a
puntata
La questione dell'autonomia del nuovo Comune si
defilò per qualche anno, anche se non sembra
diminuissero le situazioni di attrito e di scontro tra le
diverse frazioni. Il Parlamento riprese l'esame del progetto
nel 1896, affrontando preliminarmente un'indagine sulle
potenzialità economiche dei due nuovi Comuni. Era
evidente che Montecatini avrebbe ricevuto un colpo mortale
dalla perdita dei Bagni e della Pieve, mentre queste, forti
entrambi e finanziariamente solide, avrebbero affrontato il
nuovo corso con sicuri vantaggi. Quando le prospettive di
una positiva conclusione dell'affare sembravano profilarsi,
nel dicembre 1896 il Consiglio di Stato bloccò tutto
l'iter con la motivazione dell'insufficienza numerica dei
firmatari dell'istanza del 1891. Un colpo di scena dietro
l'altro: soltanto due mesi dopo, il 4 febbraio 1897, un
Regio Decreto istituiva il Comune autonomo dei Bagni di
Montecatini, formato dalle frazioni dei Bagni e della Pieve
a Nievole, con sede nel centro termale. A seguito di questo
provvedimento sovrano, il Sindaco Roberto Tempestini aveva
indetto le votazioni per la formazione dei due nuovi
Consigli Comunali. Gli elettori avrebbero espresso le loro
preferenze il 4 aprile; i seggi erano allestiti nel locale
della scuola musicale al Castello, in quello della scuola
maschile ai Bagni e in quello della scuola femminile alla
Pieve.
Toccava però proprio ai rappresentanti della Pieve,
all'apparenza tra i beneficiari del decreto di separazione,
presentare un articolato ricorso contro il provvedimento
reale. Le motivazione erano facilmente intuibili:
ancorchè prevedere autonomia gestionale e sollecita
soluzione delle molteplici esigenze della frazione, l'unione
coi Bagni avrebbe ovviamente relegato in secondo piano le
istanze pievarine per privilegiare le rincorse alla
modernizzazione della cittadina termale. Non a caso il primo
firmatario del ricorso era il pievarino Tacito Tongiorgi,
impresario edile, ma soprattutto possidente agrario come
altri suoi colleghi egualmente avversi a questo tipo di
soluzione. Altri firmatari Ferdinando Gentili e Luigi
Paponi, avvocato era nominato l'On. Tommaso de Cambray
Digny.
Cominciava così a farsi strada l'idea di un diverso
quadro istituzionale da privilegiare. Pieve a Nievole
avrebbe stretto stavolta un patto di "autonomia" con il
Castello, soprattutto per arginare la presenza ingombrante
dei Bagni. Di lì a due anni, l'alleanza avrebbe visto
protagoniste la Pieve e Montecatini, che non avrebbe potuto
prevaricare l'altro paese (come avrebbero sicuramente fatto
i Bagni), ma che sarebbe stato obbligato ad assumere una
posizione meno autoritaria nei rapporti con la frazione del
piano, considerate le forze in campo. Così il decreto
di istituzione del Comune dei Bagni di Montecatini venne
revocato da una decisione della IV Sezione del Consiglio di
Stato. Era uno smacco per i Bagni, che dovevano cominciare
di nuovo il loro lavoro di sollecitazioni soprattutto a
livello politico.
Una nuova proposta di legge del 1898, tendente a creare il
Comune autonomo dei soli Bagni, proprio nell'anno
dell'apertura della funicolare, acuiva i dissensi tra le
frazioni: anzi, per i rappresentanti dei Bagni (con in testa
Egisto Simoncini e Guido Forini-Lippi) il nuovo mezzo di
collegamento fra la pianura e il colle non poteva
considerarsi niente più che "un comodo pei bagnanti,
non mai un mezzo per eliminare le ragioni dei dissidi e
delle rivalità che anzi si acuiranno maggiormente per
causa della temuta concorrenza". Pieve a Nievole avrebbe
potuto tranquillamente mantenere il suo ruolo (a questo
punto quasi egemone), superando fra l'altro l'inesatta
indicazione che "gli abitanti della Pieve debbono
attraversare il territorio del nuovo per recarsi alla sede
del vecchio Comune".
L'antagonismo tra i due schieramenti portava a duri scontri
verbali tra i fautori e gli oppositori della separazione. La
dura polemica del Consigliere Brunetti si agitava a tutto
campo nella seduta consiliare del 28 gennaio 1899, nel corso
della quale si ribadivano le richieste delle due frazioni e
si sollecitava un altro voto "perché l'accennato
progetto non diventi legge dello Stato". La volontà
unitaria di Montecatini e Pieve trovava accenti enfatici
nella risposta inviata da nove consiglieri, cinque del piano
e quattro del colle, " al Governo del Re che ci fa l'onore
di richiedere il nostro parere": l'ente comunale con secoli
di vita e di onorate tradizioni "si vorrebbe uccidere e se
ne vorrebbero far sorgere due nuovi
ha condotto una tal
vita da meritare la morte?
" E poi il Comune che
rimarrebbe composto dalle frazioni di Montecatini e Pieve
perderebbe quell'"equilibrio" possibile in presenza di tre
realtà "perché ora l'una ora l'altra
esercitava il nobile ufficio di moderatrice".
Nonostante questa levata di scudi dei rappresentanti di
Montecatini e Pieve a difesa dell'integrità del
Comune e che nuovamente il Consiglio Comunale si esprimesse
negativamente su una proposta di autonomia dei Bagni nella
seduta del 22 aprile 1899, la strada poteva considerarsi
ormai tracciata. Il Consigliere del Castello Farinata
Farinati ben sintetizzava le prospettive che si delineavano,
qualunque fossero stati gli auspici e le indicazioni
dell'assemblea: a Montecatini sarebbero esistiti comunque
"tre tendenze, tre correnti, tre partiti amministrativi ben
diversi tra loro, tre campanili". Con il nuovo secolo si
sarebbe infine conclusa la lunga parabola delle tre
realtà della Comunità di Montecatini. E' il
capitolo finale della nostra succinta ricostruzione delle
lotte sull'autonomia dei Bagni e della Pieve.
4a
puntata
L'inizio del secolo era segnato da nuovi contrasti tra i
consiglieri delle frazioni, che impedivano una regolare
attività istituzionale del Comune e l'elezione del
Sindaco. A complicare maggiormente il quadro della
situazione, si ripresentava il problema di fondo sorto dieci
anni prima, all'inizio delle schermaglie sull'autonomia,
cioè l'individuazione esatta dei confini delle
frazioni che avrebbero poi definito la consistenza
demografica e le potenzialità economiche di ciascun
paese. La Commissione insediata in vista del Censimento del
1901 auspicava la conservazione delle tre frazioni
amministrative come individuate dalla Giunta Provinciale
Amministrativa senza alcuna variante: nel Capoluogo si
delimitavano quattro sezioni censuarie, altrettante alla
Pieve a Nievole e tre ai Bagni.
Sulla falsariga indicata dalla Commissione il Censimento
svoltosi alla mezzanotte tra il 9 e il 10 febbraio 1901
assegnava 3048 residenti ai Bagni, 2959 alla Pieve e 2856 al
Castello.
Le frazioni penalizzate da una suddivisione territoriale
palesemente arbitraria non tardavano a far sentire la loro
voce. Nel corso del 1902 e poi soprattutto l'anno
successivo, i rappresentanti di Montecatini e della Pieve
presentavano in Consiglio Comunale le loro rimostranze
tendenti a ripristinare confini storicamente più
accertati, con le zone collinari di Montaccolle, Riaffrico e
Panteraie da restituire al Poggio, e la zona della Marruota
fino alla Borra di pertinenza della Pieve.
Le lotte intestine tra le frazioni si erano finora limitate
a scontri verbali anche accesi in seno al Consiglio
Comunale. Non sembra che le popolazioni dei tre paesi vicini
nutrissero un particolare astio reciproco, considerata anche
la commistione di interessi che legavano imprenditori e
lavoratori, diciamo, turistici operanti ai Bagni con quelli
più spiccatamente agricoli della Pieve e in parte di
Montecatini. La popolazione, come capita, sentiva impellenti
i problemi pratici di ogni giorno, ma le aspirazioni
autonomistiche e le spinte separatiste solo incidentalmente
erano oggetto di "scontri sociali".
Qualche eccezione c'era: celebri e pubblicizzate le fucilate
esplose il 6 ottobre 1903 nei pressi della Grotta Maona
all'indirizzo dei Consiglieri dei Bagni che tornavano in
carrozza al loro paese dopo una riunione di Consiglio:
"furono arrestati tre individui, uno de' quali colono del
Sindaco; ma non è stato poi trattenuto in arresto",
questo era l'epilogo pacificatore dettato nel suo resoconto
dall'articolista della Gazzetta di Lucca.
In questo frangente, la prospettiva dell'autonomia faceva
stringere un'alleanza di fatto tra i due paesi di pianura,
che si riscontrò anche nella partecipazione dei due
consiglieri dei Bagni Simoncini e Silvestri a un comizio
comune svoltosi alla Pieve il 12 febbraio 1903.
I tempi erano però venuti a maturazione, e l'impianto
di tre nuovi Comuni, a questo punto, sembrava la soluzione
più idonea ad appianare i contrasti. Auspice, ancora
una volta e in maniera decisiva, Ferdinando Martini. Le sue
"assicurazioni relative alla costituzione del Comune
autonomo di Montecatini Bagni" avevano convinto i
consiglieri della frazione a considerarsi "come separati
virtualmente dalle altre Frazioni e che non sia conveniente
per loro di ingolfarsi in spese che eccedono ai bisogni
dell'ordinaria amministrazione". La proposta di legge era
presentata il 14 dicembre 1904, previa una soluzione
condivisa del problema di fondo, cioè
l'individuazione degli esatti confini tra le frazioni. La
relazione dell'Ingegnere comunale Massimiliano Parlanti del
1° dicembre 1904, allegata al disegno di legge,
prevedeva la restituzione alle rispettive frazioni dei
territori aggregati ai Bagni nel corso del censimento del
1901.
Definita per legge la costituzione dei tre Comuni, si
profilava ancora lo scoglio della suddivisione delle
attività e passività del vecchio Comune. I
montecatinesi del Castello ebbero un'ultima disperata
fiammata d'orgoglio paesano quando si astennero dalla
votazione indetta per eleggere la Commissione per il
riparto. Una seconda convocazione vide presentarsi al
seggio183 elettori che però, anche in questa
occasione, non mancarono di raccomandare ai loro
rappresentanti di ribadire nelle sedi istituzionali la
contrarietà dell'intera popolazione alla separazione,
di confermare con forza il diritto all'integrità del
loro territorio (specialmente al confine nord-ovest, Croce
Guigli-Fornace Barli), di pretendere un compenso annuo di
10000 lire, oltre alla facoltà di rilasciare patenti
e licenze, e di usare gratuitamente acque e bagni degli
stabilimenti demaniali. Alla Pieve si registrò la
partecipazione più numerosa alla votazione: 271
residenti si presentarono il 12 febbraio 1905 ed elessero
come loro rappresentanti Pasquale Scoti con 269 preferenze,
il conte Piero Amerighi con 268 e Giovanni Mimbelli con 264.
Le indicazioni fornite il 22 marzo 1905 dall'Ingegnere Capo
Orlando e dall'Agenzia delle Imposte Dirette di Pescia
chiarirono la reale situazione finanziaria dei tre paesi
circa i redditi imponibili dei beni immobili.
La Pieve poteva contare su un reddito ricavato dai terreni
di 77583.21 lire, una volta e mezzo maggiore di quello del
Castello (lire 44708) e più del doppio di quello dei
Bagni (33340). La località termale la faceva da
padrona se si consideravano i fabbricati, valutati ben
98899.76 lire contro le sole 12996.76 di Montecatini e le
10744.46 di Pieve a Nievole. Con questi presupposti, e
considerando che il dazio di consumo o le imposte su patenti
e licenze sarebbero state stratosferiche per i Bagni ,
scarse per la Pieve, minime per Montecatini, era
quest'ultima che avrebbe stentato a chiudere senza segni
negativi i propri bilanci. Le licenze dei pubblici esercizi
rilasciate nel 1905 erano 27 a Montecatini, 17 alla Pieve e
ben 73 ai Bagni. Una prima valutazione faceva ascendere a
oltre 5000 lire il deficit di bilancio del Castello, ma
anche la Pieve avrebbe segnato una tendenza negativa per
2725 lire.
A Roma intanto l'iter della legge incontrava qualche
inciampo di natura non solo procedurale. Era ben vero che
accanto a petizioni di Pieve a Nievole e dei Bagni
presentate rispettivamente da 218 e 193 elettori a favore
della separazione ve ne fosse anche una di 248 elettori del
Castello contraria allo smembramento del vecchio Comune;
relegate infine queste istanze comunali al ruolo di estreme
manifestazioni di volontà, ininfluenti sul cammino
della legge, fu la stessa Assemblea nazionale a rivedere una
prima stesura del testo legislativo basata su "inadeguatezze
formali e trascuratezze dei problemi reali". La relazione
annessa al testo della legge venne presentata il 23 maggio
1905 al Senato. Questo ramo del Parlamento approvò il
nuovo progetto di legge il 13 giugno 1905 con 62 voti a
favore e 31 contrari; il 21 giugno toccò alla Camera
porre la parola fine alla ormai datata questione della
divisione del Comune di Montecatini Valdinievole con 200
voti favorevoli e 38 contrari. Il 29 giugno venne firmata la
legge sull'autonomia dei due Comuni del piano dal Re
Vittorio Emanuele III, registrata col n°353.
La storia delle tre Comunità che quasi forzatamente
avevano convissuto per centinaia d'anni si divideva ancora
con strascichi di polemiche e di rivendicazioni: e sarebbe
stato proprio il vecchio Capoluogo, il paese collinare
privato delle sue propaggini sul piano, a incontrare le
difficoltà maggiori, fino a essere incorporato dai
Bagni, già ribattezzati Montecatini Terme, nel
1940.

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