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Luca Lubrani
L
ui e Indro Montanelli si
incontravano in segreto da «Cecco» a Pescia per
gustare i fagioli di Sorana. Il ricordo di Enzo Biagi,
scomparso il 6 novembre scorso, all'età di 87 anni,
resta vivo anche a Montecatini Terme, dove era stato
più volte ospite per partecipare alle trasmissioni
televisive di Pippo Baudo al teatro Verdi o per ritirare il
prestigioso premio «E' giornalismo».
Lo hanno ricordato in tanti come «il numero uno del
giornalismo italiano, protagonista di una professione ancora
fatta di principi come onestà, credibilità e
coerenza: un uomo libero».
Ai colleghi più giovani ricordava sempre che
bisognava fare servizi rifuggendo dall'abbondanza e
dall'ostentazione: frasi brevi e comprensibili. «E poi
- aggiungeva - bisogna sempre essere se stessi». Hanno
scritto ancora di lui: «Incarnava l'idea di un metodo:
il giornalista che andava sui fatti senza ombra di
pregiudizio e poi tornava con un giudizio basato sui
fatti».
Oltre vent'anni fa, proprio a Montecatini, rilasciò
un'intervista a Luca de Simone, al quale raccontò le
fasi iniziali della sua luminosa carriera: «Sono nato
al confine tra l'Emilia e la Toscana (a Pianaccio il 9
agosto 1920) e ho i difetti di tutte e due le parti. Il mio
cognome è toscano, come risulta evidente, i miei
hanno vissuto a lungo a Lucca, dove ci sono ancora dei
Biagi. la Toscana è stata importante nella vita dei
miei genitori, ed anche della mia, che da bambino sono
finito in maremma. Da lì, mi hanno portato a Bologna,
quando avevo 7-8 anni, ci sono stato fino al '31 ed ho fatto
di tutto al Carlino (fu assunto nel '40), diventandone
direttore (nel 1970) infaustamente tanti anni dopo,
perché, come dice Dostoijeski, non "bisogna mai
tornare sul luogo del delitto". Ci sono tornato con gli
occhi della giovinezza a cercare un mondo che non c'era
più.
Oggi _ aggiungeva Biagi _ non ho nostalgia di fare il
direttore, perché ho anche delle difficoltà a
dirigere me stesso. Sono cambiati troppo i rapporti tra i
giornalisti e mi pare che i direttori non abbiano più
né il tempo e magari né la voglia di crearli,
di trasmettergli quella che è la loro esperienza, di
stargli vicino, di inventare il giornale assieme, di
partecipare a questa bella avventura che è come
scoprire ogni giorno un pezzetto di vita».
Nel lontano 1961, a soli 40 anni, era stato direttore del
Tg1, ma resistette pochi mesi, a conferma della sua
insofferenza per i colleghi lottizzati. Dal 1953 al 1960
aveva diretto il settimanale Epoca. Si alternava tra
giornali, televisione e libri. Una vera e propria industria
culturale.
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